Noi…stalgie

Passo e ci sono tutte le luci spente. Passo e non c’è il solito profumo di gnocco fritto. Passo e non c’è neppure uno scooter parcheggiato davanti, né una nota di una qualche hit dell’estate che si propaga nelle vie limitrofe. Passo ed è tutto vuoto, buio. Desolatamente vuoto, desolatamente buio.

 

Il fatto è che nessuno sia mai riuscito a capire se a casa avessero avuto i sensori. Uno metteva un piede dove non doveva metterlo, e tac, arrivavano subito. Uno tirava una biglia dove non doveva tirarla, e tac, dall’orizzonte vedevi spuntare la Fiesta o la Tipo di turno, le gomme che cigolavano sull’asfalto e i pochi cavalli delle rispettive auto sgroppare all’impazzata. Che uno poi già sapeva cosa gli aspettava, come vedeva arrivare la Fiesta o la Tipo di turno. Cinque minuti di urla, un cazziatone come si doveva. E poi ci si dileguava, con la coda tra le gambe, per tornarci il giorno dopo.

Temerari, noi.

Noi che speravamo che la volta dopo la sorte ci avesse girato un pochino meglio e si fossero potuti dare due calci in serenità. Ma noi giocavamo nell’Albinea. E “vuoi che Giorgio o Guido ci dicano su a noi che giochiamo nell’Albinea? Ma figurati…”. Entravamo scavalcando il cancello, quello di fianco agli spogliatoi o quello di fianco alla cassa. La cassa era in una baracca di lamiera grigio prima verde poi. La cassa era una finestrella di 40 centimetri per 40 dove, in base all’altezza del cassiere, chi pagava per entrare al torneo dei bar per gustarsi la consueta doppia sfida della sera, o parlava con un volto intero, se il cassiere non era proprio un marcantonio, o parlava con trentadue denti e due labbra che si muovevano se il cassiere superava il metro e settanta.

E c’era sempre odore di gnocco fritto. Sempre odore di gnocco.

Entravamo al campo, rigorosamente in area, la solita area, quella vicina agli spogliatoi, come ladri in un appartamento. In punta di piedi, in rigoroso silenzio e con un brivido che partiva dal coppino e si irradiava lungo tutta la schiena.

“Via libera, non c’è nessuno”.

In porta si faceva a turno, bisognava tirare basso, o perlomeno non troppo alto, perché, vero che c’era la rete alta dietro, ma il rischio era quello che la biglia finisse la propria gittata nel cortile dell’oratorio e che si perdessero, comodi, almeno cinque minuti di pomeriggio calcistico.

In porta, poteva capitare, che a un certo punto il portiere di turno evaporasse tipo fumetto. E di lui rimanesse solo una nuvola di polvere. Sparito, scomparso. Noi lo vedevamo correre all’impazzata, divorando le piastrelle del parco giochi lì vicino a grandi falcate. Lui aveva il campo di fronte, lui vedeva l’incrocio tra via don Sturzo e via Di Vittorio.

Nessuno capiva il motivo della fuga. Poi, buttando l’occhio sulla via, la scoperta: “Ragazzi, c’è Guido…”.

La Tipo grigia appariva senza un motivo, senza una ragione, dall’incrocio tra via don Sturzo e via Di Vittorio. Si sentivano il motore rombare e le gomme cigolare. E a quel punto era tardi, troppo tardi. E a quel punto c’erano due possibilità. O trovare un Guido più sereno del solito che, in rigorosa braga corta, canottiera dentro braga, cintura e ciabatte, si affacciava dall’ingresso degli spogliatoi e con voce sui 300 decibel: “Ragas…vlo bele det. Fòra da l’area”. E noi mesti uscivamo dicendo: “Hai ragione Guido”. Oppure trovare un Guido meno sereno del solito che, in rigorosa braga corta, canottiera dentro braga, cintura e ciabatte, si affacciava dall’ingresso degli spogliatoi e con un Rcf al posto della bocca, sparava un “FOOOORA DALAREAAAAAAA! GHE SEMELA METER QUADRE ED CAMP E SI SEIMPER IN CL’AREA LE’” che lo sentivano anche a Borzano. E noi mesti uscivamo dicendo: “Hai ragione Guido”.

Il Picchi era il Picchi. Spelacchiato, con l’erba giallastra, le crepe nel terreno di gioco, le panchine sgangherate, le reti sgangherate. Ma era il Picchi. Unico.

Teatro di epiche sfide, teatro di indimenticabili tornei. Teatro di “Marina, Marina, Marina ti voglio al più presto sposar…”, mitica hit degli anni ’60 ma ancora buonissima pure per gli ’80. Era l’unica cassetta dentro la sede, era l’unica cassetta che si potesse ascoltare in attesa che bar Sport e “Kokonas” si affrontassero sul manto giallo-arso-dal-sole ma sempre desideroso di essere verde.

Il Picchi era il Picchi. E lo è ancora. Un mito. Anche se un po’ meno.

Di fianco c’era la pista.

Ok.

Smettiamola con la nostalgia.

Lascio a voi le considerazioni, i ricordi. Ricordo solo il biliardino, le americane a ping pong, i tornei di calcetto, di basket e di pallavolo. Ricordo solo le sere d’estate a sfiancarsi sulle rotelle. Ricordo il bar coi prezzi più bassi della provincia. I ragazzi del muretto. Ricordo le estati trascorse lì con gli altri, perché tanto tutti quelli di Albinea, tra i 12-13 e i 22-23 li trovavi tutti lì. Ricordo la baita di legno poi sostituita dall’oratorio e dal teatro. Ricordo le file infinite di motorini parcheggiati davanti: di Ciao e 103, di tubolari e 125 prima. Gli odori di miscela. Ricordo gli scooter poi. Quelli che sentivi da Canali e che il rombo lo riconoscevi subito perché invece che un SR, con neanche più le manopole originali, sembrava una 500. Ricordo gli odori di benzina.

Ci passo davanti stasera, in macchina. C’è tutto buio, non ci sono motorini, non c’è nessuno. Non c’è musica, non c’è luce. Non c’è la hit dell’estate. Non ci sono tornei al Picchi e non c’è anima viva alla pista. Ai biliardini non c’è nessuno.

Vabbè, pazienza. Adesso, non so, adesso gira così.

Boh.

 


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