…AGGHIAGGIANDE!!

fantozzi

Oddio, il blocco. Oddio è arrivato. Oddio, il blocco dello scrittore è arrivato.
Il blocco dello scrittore?
Ma quale blocco dello scrittore.
Punto primo: se in vita tua hai scritto solo cagate non più lunghe di due-tre pagine di word, caro il mio 35enne tra due mesi, non puoi considerarti uno scrittore. Se non sei uno scrittore, non puoi avere il blocco dello scrittore. Anche se ti capita di avere davanti lo schermo bianco e vuoto esattamente come le idee nel cervello.
Quindi, caro il mio 35enne tra due mesi, vola basso.
Punto secondo: se non sai cosa scrivere, pensa a quello che ti sta intorno, a quello che è successo intorno a te o a quello che sarebbe successo se… o a quello che sarebbe potuto succedere se…
Insomma, la prima cosa che mi è saltata in mente sono state due: Bud Spencer e l’Italia. Del primo non scrivo perché si è congedato con un grazie quando saremmo noi a dovergli dire grazie per ogni risata che ci ha fatto fare, ogni fagiolo che ci ha fatto mangiare “così diventi grande come lui” e ogni serata che ci ha fatto passare davanti la tv col sorriso stampato e la gioia negli occhi. Andando a letto con in testa “hamburger che fanno contatto”, “chevi della batteria” e “Galine” varie. Il tutto per poi raccontare a scuola il giorno successivo e commentare scene viste e riviste ma per ognuno di noi comunque inedite: “Forse la volta scorsa era la versione tagliata…”.
La seconda è l’Italia.
Europei. Bar, Kokonuts, Albinea, ore 18. Auto sulla pedemontana qualcuna, non troppe. Parcheggio selvaggio tra via Leopardi e la piazza, maglietta comprata su internet che riporta alla mente le gesta di Pablito al Mundial dell’82. All’epoca erano in Spagna i Mondiali e la Spagna faceva ridere. Adesso sono in Francia gli Europei, incrociamo la Spagna e la Spagna non fa ridere. A dire il vero sono 22 anni, sì proprio 22, che non riusciamo a vincere se non qualche volta in moto. Ma dal terreno verde abbiamo solo ammucchiato delusioni su delusioni. Comunque. Sono in ritardo per l’inno. Ma non c’è problema perché si sente in filodiffusione, rimbalza di casa in casa; ad Albinea saranno forse tre quelli che non sono inchiodati davanti allo schermo a vedere la partita.
“Sono tranquillo” esordisco così.
Apperò. Prima uscita e prima balla. Come inizio non c’è male. In Kokko ci sono diverse camicie azzurre, utile e dilettevole insieme. In ufficio con la camicina per avere quel tocco da impiegato di banca, sportivo ed elegante insieme, poi, alle 17.50, scatto sui blocchi a mo’ di finale dei 100 metri olimpica, auto a 39 km/h sopra il limite “così se mi beccano, col cazzo che ci lascio la patente” e partita di volata in bar senza passare da casa. Con l’azzurro della camicia che saluta l’eleganza e si infila l’ignoranza. Giusto così.
Insomma, di gente ce n’è. Su entrambi gli anelli. Primo anello, zona maxischermo. Secondo anello, zona tv in hd. Odori misti nell’aria. Un po’ gel, un po’ minestrone con qualche tocco di zuppa del Casale proveniente dalle ascelle di uno seduto tre-quattro file davanti: “Giornata pesante, eh, ragazzo?”.
O forse no? Vedendo la tipa che gli ronza nei pressi non è da escludere una scarica ormonale improvvisa. Lei indossa un pantalone così filo passera che non si riesce a capire se abbia tirato su le braghe o tirato giù la passera per coprirsi un po’. Odore zuppa del Casale, quindi, da abbinare a probabile e improvvisa scarica ormonale.
Vabbè. Si parte.
“Rosso libero…rosso libero…rosso libero”. I primi cori sono già partiti.
I rossi, invece, le furie rosse, assolutamente no, sono rimaste negli spogliatoi e stanno iniziando a fare riscaldamento. L’Italia di Conte li tambura azione su azione. Al Kokko è tutto un “uh?”, “nooooo”, “cazzzooooo”. All’unisono.
“Vinciamo 3-0” sentenzia il gufo.
Quaranta teste si girano e lo fulminano con gli occhi. Nel frattempo le quaranta mani destre di proprietà delle quaranta teste che si sono girate si sono fiondate in zone dove il sole batte ogni tanto ma non sempre. Esorcismi collettivi.
Al minuto 33 c’è una punizione dal limite.
“Ci vorrebbe Pirlo” dice uno.
Sì, è vero, Eder non è proprio la stessa cosa di Pirlo, ma questo passa il convento. Anche perché Eder sta litigando, tanto per decidere chi sarà l’eletto per calciarla, con piedi fini del calibro di Bonucci, De Rossi e Giaccherini. Ci manca solo che facciano bim bum bam. Alla fine tira Eder. Sky regala un’inquadratura meravigliosa, direttamente dalla torre Eiffel. La palla è una pallina di polistirolo che taglia uno schermo tutto verde di due metri per due dove vagano omini vestiti di bianco e altri vestiti di blu. Se non hai dieci decimi non ci capisci un beneamato. Ma tant’è. Siluro centrale ai 180, De Gea, che già due volte aveva preso anche le mosche, stavolta se la fa scappare. Arrivano Giaccherini e Chiellini e la rete si gonfia.
Un lieve boatino si solleva dal Kokonuts. Ma lieve, eh.
“Ve l’ho detto, vinciamo 3-0”.
Aridaje il gufo. “Basta, ti prego” gridano i soliti quaranta.
Potremmo dargliene altri tre. Ma De Gea para parabile, imparabile, quasi imparabile e via discorrendo. Finisce il primo tempo ed è ora di andare a prendere una boccata d’aria. Dentro al Kokko, tra finestre chiuse per evitare il riflesso e più di cento persone respiranti, è come stare all’Equatore dopo un temporale equatoriale. In pratica si respira acqua. Se ne vanno tutti. Resta solo uno, immobile, inchiodato a due passi dal grande schermo. Non è un tipo altissimo, ma proprio non si muove. Pelato in testa, naso a punta, di carnagione bianco-grigio. A occhio non se la passa benissimo.
“Oh, puoi andare a prendere una birra” gli dice uno poco distante.
E lui niente.
“Puoi andare a prendere una birra” gli ripete l’altro.
E lui, niente.
“Vaffanculo, va. Puoi anche rispondere” gli dice l’altro.
E lui, niente. In realtà è una statua. Di cui nessuno si è mai accorto.
Pausa birra per qualcuno. Pausa caffè per qualcun altro. Andropausa per qualcun altro ancora. Comunque pausa. Si torna dentro perché è già ora di ripartire. Il quarto d’ora di relax è stato un toccasana per ascelle importanti e aliti pesanti. Chiacchiere scaccia tensione e brezza pedecollinare hanno riportato a condizioni accettabili fiati, maglie e magliette, camicie e camicette dei presenti.
Secondo tempo. Ecco, adesso è tutto un po’ diverso. La Spagna ha deciso di iniziare a giocare. Meglio tardi che mai. Noi abbiamo continuato a farlo, solo un po’ meno bene di prima. Eder si divora un gol fatto e, scorrendo mentalmente una serie di imprecazioni offensive da stadio, raccogliendo le dolci parole che i presenti in Kokko rivolgono all’oriundo, la lista viene esaurita in poco meno di quattro secondi.
Si soffre, adesso. Ma di brutto.
“Finisce come Bayern-Juve” dico io “inchiappettati al 90°”.
“Vinciamo 3-0” ripete. Non vi dico nemmeno chi sia a dirlo perché tanto lo sapete già.
Manca un minuto. Sessanta maledettissimi secondi. Solo sessanta. Ma adesso un secondo sembra un minuto e un minuto sembra un’ora.
Il castigatore di Shakira, Piquè, non ci castiga perché San Gigi ci mette la manona.
Il castigatore nostro invece, tale Pellè dal Salento, le castiga tutte ma castiga anche De Gea quando il recupero è iniziato da pochi secondi.
Un altro lieve boatino si leva dal Kokko. Ma lieve, eh.
C’è chi salta, chi urla. E chi, da delinquente (io), sfodera un piccolo pugno a martello alla Bud contro un vetro sigillato, frantumandolo. Tra le risate di tanti e gli sguardi di compatimento di molti altri. I baristi se la ridono, il delinquente un po’ meno. Via Whatsapp arrivano immediate foto di Fantozzi che infrange vetri e facce di Hannibal Lecter. Tra le risate di tutti, comprese le mie, ovvio.
Si parla di Daspo dal Kokko per almeno un anno, di obbligo di firma in caserma.
Si è bloccato lo scrittore, si è sbloccato l’hooligans.
AGGHIAGGIANDE!

Ps sabato c’è la Germania e sarò a Siena a vedere il Palio.

Senesi…tremate!


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