Mimosa?

Correre non è complicato. Più o meno ci riescono tutti. Ma c’è qualcuno che ci riesce di più e qualcuno che ci riesce di meno. Però, stando a molti, è la cosa più semplice del mondo.
“Robby, la facciamo quest’anno?”.
Me la butta lì, senza un motivo apparente, mentre corriamo lungo via Grandi in una serata imprecisata di febbraio. Con un freddo imprecisato e qualche goccia d’acqua imprecisata che ci martella le guance, unica zona scoperta dello scafandro da cui siamo avvolti. Berretto nero, kway nero, pantaloni neri, guanti neri, scarpe lui nere io blu. In pratica, due topi d’appartamento. Si vedono anche gli occhi. Non sempre, ma si vedono. Ho l’elastico dello scalda collo nero così stretto sotto il naso, che la pelle in avanzo delle guance si è accumulata sotto gli occhi creando un meraviglioso effetto pancia-di-cane-sharpei.
“Va bene, però facciamo quella da sei chilometri. Cosa ne dici?” rispondo con voce camuffata dallo scalda collo.
“Perfetto. Abbiamo un mesetto per prepararci. Secondo me, se ci troviamo tre volte alla settimana, ce la facciamo con la paglia in bocca” mi dice con quel pizzico di sbruffoneria che non guasta.
“Anche secondo me” gli rispondo serafico.
Finiamo il giro. Finiamo il giro con la paglia in bocca, come se nulla fosse. Ma in realtà abbiamo circa 300 battiti in due e sbuffiamo come due diesel della Volkswagen. Nota a margine, saliscendi di via Pignedoli, unico tratto semi-faticoso del consueto percorso, serenamente evitati.
Ci sarà da lavorare.

Domenica, un mese dopo, tre allenamenti a settimana magari forse tre allenamenti in tutto sì, paglia in bocca magari, dobbiamo andare su fino al castello di Montericco e sono cazzi. Ma cazzi. Domenica non si vede a oltre tre metri, il 6 di marzo è diventato senza un perché il 6 di novembre; c’è talmente umido che c’è odore di umido, un odore che di solito non c’è nemmeno nel pattume dell’umido, un grigio che sembra di stare con Fantozzi e Filini a fare il terzo nella sfida a tennis tra le 6 e le 7 antelucane.
La giornata ideale per la Mimosa Cross.
Ci presentiamo in ghingheri. Lui in maglia Galatasaray, io con scarpe interrate. Rispettive morose nelle rispettive dimore. Le incroceremo di nuovo per la tortellata postuma (da veri campioni) fissata il giorno stesso in cui si è deciso di correre la Mimosa. La stessa sera della corsetta finita con la paglia in bocca, quella dei 300 battiti in due e di due diesel Volkswagen al posto dei polmoni. Nel frattempo la visibilità è vergognosamente salita a sei metri e l’umidità vergognosamente crollata al 380%. In lontananza, molto in lontananza, un pallone grigiastro prova a farsi spazio. E’ il sole.
In via Caduti della Libertà sorge il primo problema. I primi contatti col popolo-Mimosa-cross.
Poi c’è un altro primo problema per noi: la colazione. Alla partenza mancano dieci minuti.
“Cappuccino?”
“Mi vuoi morto?” ribatto io. “The?”.
“Aggiudicato. The per te, caffè per me”.
Kokonuts. Riprenderemo dopo i primi contatti col popolo-Mimosa.
Serio problema colazione risolto, si presenta il serio problema iscrizione. In piazza Cavicchioni la coda inizia all’altezza della pasticceria sotto i portici e finisce all’altezza di villa Arnò. Anche se ben informati raccontano di gente in attesa anche all’altezza di Canali. I minuti allo start sono diventati sei.
“Ragazzi, biglietti? Mi sono avanzati dal gruppo che ho iscritto”.
Il bagarino alla Mimosa è manna dal cielo. A farlo è un 75enne abbronzato come una miss, coi capelli bianchi sparati all’indietro che ci fa l’occhiolino mentre ci propone quello che secondo lui è l’affare del secolo. Una compravendita in stile subito.it.
Compriamo i biglietti, senza maggiorazioni. Problema fila risolto ma serio dubbio inculata.
Torniamo in via Caduti, al problema contatti col popolo-Mimosa. Tre minuti al via.
La fauna alla partenza è ricca e varia. Tra gli esemplari più o meno rari, comunque facilmente classificabili seguendo lo schema di Linneo, troviamo i seguenti:
I professionisti. Hanno tutto tecnico, i colori sgargianti. Maglia tecnica, scarpa tecnica, braga tecnica adamitica, cardiofrequenzimetro, altimetro, gps, tom tom, sensori di parcheggio, abs e servosterzo. Sono in via Caduti della Libertà da almeno due ore. Hanno fatto il risveglio muscolare, mangiato alle sei. Li riconosci perché vedi degli evidenziatori macinare chilometri avanti e indietro lungo la strada. Prima di partire sono già sudati come muli, rossi come soli giapponesi e avvolti (quasi tutti) da odori importanti che vanno dal cumino al coriandolo, passando per il sandalo (la scarpa proprio, non l’essenza). Lo chiamano riscaldamento. Ps hanno la pettorina col numero.
Gli ubiqui. Sono uomini e donne, over 70. Gli uomini hanno solitamente il riporto o i capelli rosso-andropausa mentre le donne sfoggiano con orgoglio acconciature da galleria del vento. Vestono improbabili tute di improbabili società podistiche. Corrono per fame e per fame partecipano. I loro traguardi sono i vari punti ristoro. Si costruiscono un percorso tutto loro, un po’ corto, un po’ lungo, un po’ medio. Prima tappa da Filippini dove viene offerta la colazione del campione: the caldo e gnocco fritto. Successivamente, ristoro dopo Bellarosa per i tortelli. Chiusura davanti al Comune, in piazza ad Albinea, per frutta e dolci. E il brindisi di congedo.
Cacciatori e cacciatrici. Le cacciatrici sono per lo più milf certificate docg che partecipano con la sola speranza di essere abbordate. Hanno tutto attillato: maglietta, braga, scarpa e berretto. Sotto le braghe, al posto di tanga, perizoma o mutanda classica, hanno sbobinato un filo interdentale che copre sì e no 1/450esimo di quanto dovrebbe essere coperto. “Così le mutande non segnano…” dicono. I cacciatori li noti subito dopo lo start. Scelgono una preda, le si piazzano due metri dietro, identico passo, le fissano il culo per tutto il percorso. Fissare il culo è l’unico stimolo per tagliare il traguardo. Appena superato inchiodano la preda e le estorcono il telefono: “Così magari qualche volta andiamo a correre insieme…” con tanto di risata satanica. Tradotto: Così per un paio di volte corriamo insieme e facciamo due chiacchiere. Poi alla terza ti ingrugno in un campo quando siamo entrambi un po’ sudaticci e facciamo la Mimontacross… ecco spiegata la risata satanica.
Gli standard: gli standard sono gli standard. Quelli che sono lì per fare una corsetta o due passi con amici, famiglia, mogli mariti fidanzate fidanzati, compagni e compagne di classe. Poi ci sono anche quelli che fanno la Mimosa per sfasciarsi di tortelli dopo ma con la coscienza a posto per le calorie consumate prima: cioè noi.

Un colpo di pistola annuncia la partenza. Il primo tra i professionisti è già al traguardo. Ha corso tutti e 22 i chilometri in un secondo e tre decimi. Gli ubiqui, dopo un paio d’ore, sono finalmente davanti al Comune pronti per l’arrivo della torta nuziale. Hanno bruciato 17 calorie immagazzinandone 3850. E dopo avranno il pranzo. Tra cacciatori e cacciatrici è tutto un sorrisino e uno scambio di numeri. Gli standard arrivano con cere proponibili o improponibili, fresche o affrante. Pronti a rientrare nelle rispettive abitazioni. Così come gli altri.
E noi? Gli abbiamo percorsi tutti i sei chilometri. A Montericco, all’altezza del cartello dopo i primi due tornanti con pendenze del 12%, in evidente debito d’ossigeno, leggevamo solo Monte. Il profumo di strutto nei pressi di Filippini ci ha permesso di ricaricare le batterie. Siamo arrivati al castello con gambe in ferro battuto. Poi dopo, in discesa, come si dice, tutti i santi t’aiutano e siamo arrivati ad Albinea in un attimo. Via, insomma, in un quasi attimo. Siamo arrivati in centro. Se vuoi non proprio con la paglia ma comunque vivi. E’ già qualcosa.
E una promessa: l’anno prossimo attacco ai 12 chilometri.


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