Azzardo

bar

Anche sposarlo è stato un azzardo. Lo sapevo, solo non pensavo ci riducessimo così. Continua a chiedermi di accompagnarlo, continua a dirmi vieni con me, amore, mi porti fortuna.
E’ successo una volta. Una volta soltanto gli ho portato fortuna, come dice lui. Il display gli ha mostrato quattro, forse cinque assi. Io non me intendo di assi, io non so nemmeno quanti fossero gli assi, io non me ne intendo di assi e di poker. Non me ne intendo. So solo che dopo ha staccato lo sguardo dalla slot, mi ha fissata per un attimo e mi ha sorriso. Un rumore fragoroso, un clan-clan-clan che non si fermava più e che ha accompagnato una cascata di monete da un euro. Centocinquanta monete da un euro. Tanto ha vinto quella volta. Li ha cambiati con pezzi da 50 e 20 al bancone del bar. Venti me li ha dati, così vai a fare la spesa e mi fai il pesce che mi piace tanto mi ha detto. Io sono andata a fare la spesa. A casa sono tornata dopo due ore. E lui gli altri 130 se li era già giocati tutti, perdendoli tutti. Non sei venuta con me, ho perso mi ha detto quella volta.
Lo guardo, anche adesso. Anche lui mi guarda, ogni cinque euro persi. Si volta, mi fissa, mi sorride. E un sorriso che cerca di trasmettere fiducia e speranza, vedrai che prima o poi vinciamo mi dice con un filo di voce. Guardo la sua giacca sportiva, la sua giacca sportiva che è sempre la stessa da quando ci siamo detti sì tre anni fa, la sua giacca sportiva sgualcita nelle cuciture. Guardo le sue gambe accavallate, i suoi jeans lesi, le sue scarpe interrate dal fango dell’inverno. Guardo il suo borsone di plastica appoggiato per terra vicino allo sgabello, il borsone in cui tiene qualche cartone di vino bianco, quello che gli altri di solito usano per cucinare e non per bere. Guardo questa stanza dove trascorriamo quasi tutte le mattine. Le slot in fila lungo una parete, come una squadriglia ordinata di boyscout. Il profumo di caffè, la cassiera che domanda al cliente come sta. Il bancone pieno di pasticcini e panini. Quelli che ogni tanto la cassiera mi regala. Tanto avanzano, mi dice. Anche se poi so che non è vero. Ma lei è gentile, mi capisce. In radio sta passando Celentano. Mi piace Celentano. Mi piace la sua voce, però questa canzone non me la ricordo. L’annuncio interrompe tutti e due, Celentano e la sua voce: Treno eurocity 85 in arrivo al binario 2.
L’orologio impolverato alla parete indica le 14,02. Lui è ipnotizzato dalla slot, dall’ultima volta che mi ha guardata ha perso due euro. Ne restano ancora tre, poi si volterà. Di nuovo. E mi fisserà, di nuovo. Mi sorriderà, di nuovo, con quel sorriso che cerca di trasmettere fiducia e speranza. E poi mi dirà, di nuovo, vedrai che prima o poi vinciamo.
Stavolta non ci sarà un’altra volta. Mi alzo senza fare rumore. Con un cenno del capo saluto la mia amica barista. A lei ho raccontato tutto. Lei gli lascerà sul borsone di plastica il biglietto che ho preparato in cui gli spiego tutto. Gli spiego che sposarlo è stato un azzardo, che la nostra vita ormai dipende dall’azzardo. Chiudo la porta di vetri e legno dietro di me. Lo guardo un’ultima volta e infilo il sottopassaggio.
Il treno al binario 2 è il mio treno. Non mi volto più. Non guardo più il bar quando sono sull’eurocity 85 che intanto si muove. E’ ora di andare. Stavolta ho deciso io di azzardare.


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