Gaz…Zara

“Sai, lo ammetto. Sei proprio un ragazzo paziente” mi dice. Cammina spedita, un paio di metri davanti a me.
E adesso chissà cosa mi proporrà, penso preoccupato mentre rispondo alle sue parole con un sorriso. Vaghiamo per negozi da almeno un paio d’ore. E l’unica cosa capace di strapparmi un sorriso fino a quel momento, oltre a quello mostrato un attimo prima, è stato leggere in un cartello affisso lungo la via che giocavano con l’Arzignanochiampo alle 14.30. Favole o incubi del calcio, tutto dipende da come la si voglia vedere.
C’è gente in giro. Tanta. Forse troppa.
C’è rumore in giro. E’ un vociare indistinto che si mischia alle campane di una chiesa che battono cinque rintocchi e il profumo di caffè che esce dalla porta a fotocellula di un bar che si apre e si chiude a ogni passaggio. Il sole si è nascosto da un po’.
La Befana dovrebbe portarsi via le feste.
Vero.
Ma la Befana si porta via le feste e fa arrivare i saldi.
Altrettanto vero.
“Ti va se andiamo da Zara?”. Me la butta lì, quella domanda. Me la butta lì, arrestando il passo, girandosi e fissandomi dolce negli occhi. Non posso che accontentarla.
All’ingresso mi sento un salmone che nuota controcorrente. La marea di persone che va nel verso opposto fa paura. Un’orda barbarica all’assalto di una guarnigione romana. L’antitaccheggio si illumina e suona senza un motivo preciso, forse anche lui stordito dal continuo andirivieni.
Chi lo controlla blocca il flusso con un perentorio “Alt!”. La ragazza, col volto incendiato dalla vergogna, lo fissa in cerca di compassione, dichiarando con lo sguardo la propria innocenza. Innocenza provata un istante dopo, quando l’antitaccheggio finalmente le concede il via libera. E il traffico riprende a scorrere.
Entriamo, finalmente. All’interno è luglio: 34 gradi, umidità al 98%. Eppure è la Befana. Commessi e commesse, maniche corte d’ordinanza, corrono sommersi da grucce e abiti da sistemare. Ci sono montagne di pantaloni, gonne, maglie, magliette e maglioni da sistemare in ogni angolo. Da Zara finisce tutto per 99. Tranne ai camerini dove c’è scritto ‘massimo 6 capi alla volta’. Una ragazza entra con uno stendino intero. E nonostante questo il suo moroso sembra un appendiabiti. Ai camerini c’è chi entra col telepass, c’è la fila riservata a quelli che hanno la Viacard, ci sono i caselli automatici e quelli col personale. La mia morosa, tre gonne in mano, una marrone più chiaro, una marrone più scura, una marrone e basta, ha il telepass ed entra quasi subito. Io attendo.
“Permesso, scusi”. Una 16enne accompagnata da sua madre mi sfreccia a fianco. Si toglie il piumino e incomincia la vestizione. Riesce nell’impresa di provarsi otto cappotti color cammello, per un uomo inspiegabilmente tutti uguali, in poco più di un minuto. Sua madre è tutta una smorfia: “Ti sta male il bottone…”. “Mmm, che brutti quei polsini…” “Ha un collo che non si guarda”. Alla fine, gli otto ‘cadaveri’ di stoffa si ritrovano accovacciati su un appendiabiti e lì rimangono. Inermi e indifesi.
A ore nove una signora sulla quarantina richiama all’attenzione il marito: “Ehi, bada a Tommy che io non riesco”. Lo dice acida e si indica i piedi. Il marito li fissa e sorride, amaro. Nel destro indossa una paperina nera no stupring col fiocchetto, nel sinistro un tacco 12 nero lucido. Quando cammina vien voglia di spessorarla con un foglio di carta piegato, come si fa coi tavoli quando ballano e non stanno pari. Sembra un galleggiante che gioca a nascondino tra le onde del mare agitato. Testa su, testa giù, mentre impacciata si avvicina allo specchio. Nello specchio di fianco c’è una stanga coi cappelli raccolti che si scatta un selfie dopo l’altro, facendo tutte pose da chi si crede superfiga. Una sua amica le dice qualcosa a bassa voce. E lei risponde come l’inizio di un celebre motivetto delle Kessler: “Da…da…”.
Lei esce dal camerino e mi viene incontro, parlando: “No, niente. Non mi piacciono. Pensavo mi stessero meglio”.
“Andiamo?” dico io. E lei: “Ma come? Tu non hai bisogno di niente?”.
In realtà, no. Ma si scende, piano uomo. Gli uomini guardano i telefonini, qualcuno esulta cercando di non farsi beccare per un parziale cambiato su Livescore o per il gol di quello o quell’altro, determinante nel proseguire la cavalcata al fantacalcio con gli amici del bar. Un tizio si ferma a guardare un paio di calze. Chi lo accompagna, in quattro passi, l’ha già praticamente vestito. Con gli occhi capaci di catturare camicia, gilet, pantaloni e cintura esposte agli angoli del negozio, ritorna dai quattro passi e gli dice: “Tieni, provali. Secondo me ti stanno bene”. Lui sbuffa ma, alla fine, la accontenta. Esce dalla prova, si specchia e con onestà ammette: “Faccio cagare”.
Salutiamo Attila e il resto degli Unni. Per sistemare tutto, e per dare un pizzico di senso d’ordine, il negozio sarebbe da bruciare. Non invidio commessi e commesse. Fare e disfare tutto il giorno, cercando di tenere in ordine. In quattro gatti contro un esercito intero di barbari all’assalto.
Noi non abbiamo comprato niente. Né io né lei. Comunque siamo un ragazzo e una ragazza pazienti.


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