La biblioteca di Vagheggio

Alla biblioteca di Vagheggio sul Minchio non piove mai. Ci sono talmente tanti vetri al posto delle pareti esterne che sembra ci sia il sole anche quando fuori nevica, piove, c’è la nebbia o è notte. Dentro è tutto uno spazio aperto. Così aperto che l’architetto è riuscito a piazzarci un asilo, un bar, una sala giochi, una reception e due bagni. Non ci sono muri, solo qualche seggiola, però molto figa, qualche tavolo, tutti estremamente fighi e degli scaffali, anche loro fighissimi, dove, un po’ qui un po’ là, trovano spazio i libri. La biblioteca di Vagheggio sul Minchio è così aperta che se uno s’appoggia a una parete da una parte, riesce a vedere il comune, la piazza e la gente che sta in piazza dall’altra. La biblioteca di Vagheggio sul Minchio è talmente avanti che è stata costruita in classe A. Mica la macchina, chiaro. Però c’è l’erba al posto delle tegole e la ruggine al posto della vernice. E’ un gigantesco parallelepipedo che ha talmente tanta energia che riesce perfino a produrla. Quindi, la biblioteca, oltre a un asilo, a un bar e a una sala giochi, è anche una centrale elettrica. Così elettrica che se salta la valvola, mezzo paese resta al buio. Inutile girarci intorno: la biblioteca è il centro di Vagheggio. Ci si trovano tutti, ci vanno tutti. Giovani e meno giovani, vecchi e meno vecchi, belli e meno belli, brutti e meno brutti.

RECEPTION
La reception della biblioteca di Vagheggio è un anfiteatro romano piazzato vicino l’ingresso. E’ tutto open, anche qui. Si può entrare in reception senza volerlo, si può uscire dalla reception senza volerlo. Se si srotolassero i tavoli posizionati a semicerchio e si mettessero uno in fila all’altro si arriverebbe probabilmente a coprire una distanza di quasi 100 metri. Nessuno ha mai capito a cosa serva così tanto spazio. Di certo si sa che tra la seggiola da ufficio con le rotelle riservata alla bibliotecaria di turno e l’angolo destinato alle riviste settimanali in esposizione all’estremo sud dell’anfiteatro cambiano almeno due fusi orari. Nei restanti 95 metri di tavoli grigiastri a parte un telefono, un mouse e uno schermo da computer, si trova il nulla più totale. Laura Schienacurva è accomodata sulla seggiola con le rotelle e non molla il telefono da più di un quarto d’ora. Laura non ha una voce, ha un amplificatore da 1500 watt.
“Signora Bellelli?”
Silenzio, in attesa della risposta.
“Buongiorno signora Bellelli. E’ arrivato il libro che aveva prenotato. Passi pure a prenderlo quando vuole”.
E riattacca.
“Signor Boldrini?”
Silenzio, in attesa della risposta.
“Buongiorno signor Boldrini. E’ arrivato il libro che aveva prenotato. Passi pure a prenderlo quando vuole”.
E riattacca.
Laura è fatta così, una tipa ligia. Ha i capelli a caschetto marrone-arancione e la frangia spappolata sulla fronte. La frangia non si muove mai, nemmeno se fuori tira la Bura, il vento tipico di queste parti con raffiche che sfiorano anche i 25 chilometri orari. Quando si piazza al banco della reception indossa una divisa, che poi una divisa non è, fatta di una maglia a righe orizzontali una blu e una verde, i jeans azzurri stretti stretti e due stivaletti ai piedi che andavano di moda quando era giovane sua madre che giovane non è mai stata. Sempre così, tutti i giorni.

Oggi Laura ha un tale elenco di nominativi che, a un primo rapido consulto, pare interminabile. Se ne sta ricurva sul ricevitore da 15 giri completi di lancette, 900 secondi per la precisione. E, a malapena, ha concluso la lettera B pensa Lorenzo Meccatronici, 19enne. Una persona alla sua età dovrebbe aver appena finito la maturità. Lui no. Ha tanta testa, troppa. Così troppa che gli manca solo un esame per laurearsi magistralmente in ingegneria navale. Lorenzo è sempre stato un bimbo sveglio. A quattro anni faceva la prima elementare, a otto parlava e scriveva in tre lingue, a undici prendeva la patente nautica. Le barche sono sempre stata la sua passione. Il porto di Vagheggio è celebre in tutta Italia e il Minchio è il grande fiume che gli scorre vicino. Attualmente sono tre le barche attraccate. Ma ci sono stati periodi, quelli di massimo splendore, in cui ce ne sono state anche cinque: tre a remi, una a vela e una alimentata da un motore a due cavalli capace di spingerla fino a 5 nodi.
Laura continua a comporre numeri su numeri. Ed è arrivata alla Z.
“Signora Zucculini?”
Silenzio, in attesa di risposta.
“Buongiorno, signora Zucculini. E’ arrivato il libro che aveva prenotato. Passi pure a prenderlo quando vuole”. Sono passate tre ore e quarantaquattro minuti da quando ha iniziato. Ha contattato 187 persone, distribuendo la bellezza di 187 libri rientrati il giorno prima da prestiti sparsi su e giù per la provincia.
“Basta!! Studiare in questo luogo è impresa alquanto improbabile” grida in preda all’esaurimento Lorenzo. E’ seduto su una sedia figa poco distante dalla reception. In tre ore e 44 minuti, le stesse in cui Laura ha telefonato a 187 persone piazzando 187 libri, ha studiato la bellezza di sette righe del libro “Navi da guerra” della De Agostini. Il resto del tempo l’ha passato a costruire il modellino allegato con la Vinavil riposta nell’astuccio davanti a lui e appoggiato sul tavolo figo, proprio come la seggiola.
Laura si volta e senza pensarci un attimo ribatte: “Basta, lo dici poi a tua sorella: secchione. Sto lavorando, non posso trascurare chi richiede libri. Se non ti va bene, vai poi da un’altra parte. Intesi?”
“Va bene ordunque. Se lei, dall’alto della sua autorità, detta tali condizioni, significa che il qui presente abbandonerà una volta per tutte l’amata postazione nei pressi della reception e si congederà definitivamente da questo luogo che riporta alla luce ameni ricordi”.
“Non ho capito una sola parola – risponde Laura come se fosse un amplificatore da concerto degli U2 mentre si sistema la frangia – ma se te ne vuoi andare, fa pure. E se non tornerai più, sappi, che non mancherai proprio a nessuno. Capito secchione?”
Lorenzo Meccatronici, 19 anni, ferito nel profondo, prossimo alla laurea magistrale in ingegneria navale, amante delle navi, abitante in un piccolo paese dove lo specchio d’acqua più grande è un fiume con un porto dove quando va bene attraccano tre barche, raccoglie l’astuccio con dentro la Vinavil, il libro “Navi da guerra”, il modellino appena concluso con la Vinavil e se ne va bofonchiando parole come se fosse una pentola a pressione che cammina. “Il mio volto non verrà più scrutato all’interno di questi spazi dediti allo studio, se lo ricordi” dice Lorenzo con fare minaccioso attraversato da una scossa di insolito coraggio. Sbatte la porta a vetri che non sbatte e se ne va. Laura lo osserva attonita. Mai avrebbe creduto che una delle colonne della biblioteca di Vagheggio arrivasse a una tale decisione. “Questo è il luogo adatto per studiare, regna il silenzio, ci si concentra. Proprio non capisco come possa essere arrivato a tanto”.
Il telefono interrompe la serie di pensieri detta a voce lieve, sui 150 decibel.
“Biblioteca di Vagheggio, buongiorno” dice Laura stando stavolta a malapena sui 180 decibel.
Silenzio, in attesa.
“Buongiorno signor Oldiprandi. Sì, è arrivato il libro che aveva prenotato. Passi pure a prenderlo quando vuole”.
Chiara Luisa, Chiara il nome Luisa il cognome, direttrice della biblioteca, è preoccupata. Ha ascoltato senza volerlo la chiamata dall’altra parte della vetrata dove è posizionato il suo ufficio.
Chiara Luisa si avvia lentamente verso la reception e incuriosita dice: “Laura, non hai chiamato il signor Oldiprandi? Ti eri dimenticata?”
“Non lo so, signora Luisa. Forse sì”.
“Laura, riesci a ricontattare tutti quelli della lista per vedere se li hai avvisati tutti? Non possiamo commettere certi errori, lo sai”.
“Ha ragione, eseguo” risponde Laura senza tentennamenti. E via di nuovo a ricomporre numeri, tutti e 187, per scongiurare errori di qualsiasi tipo.

GIANNI
La staffetta all’ingresso è stata degna di un passaggio di testimone alla 4×100 alle olimpiadi. Lorenzo Meccatronici ha abbandonato la biblioteca con la promessa di non rimetterci mai più piede. Al suo posto, dopo un cinque volante, è arrivato Gianni Nocchi. Gianni è un tipo in carne. Indossa una polo sgualcita che a stento gli copre l’ombelico e un paio di pantaloni da tuta a vita bassa. Tra la polo e i pantaloni rigorosamente macchiati di unto sbuca un qualcosa che non è una pancia, sarebbe riduttivo. Ciò che sbuca è di forma rotondeggiante e ha le dimensioni di un copertone Yokohama da camion realizzato in pelle e peli sparpagliati un po’ ovunque. I pantaloni della tuta sono a vita bassa perché a contenere tutto quel ben di dio proprio non riescono. In testa Gianni ha un berrettino giallo di tre taglie in meno rispetto la sua, lo stuzzicadenti sul lato destro della bocca e una bottiglia di Ventasso gassata sotto l’ascella.
“Non fatta a vedre film Johnny Depp”. Gianni non riesce a parlare se non con lo stuzzicadenti saldo tra le labbra. Si è rivolto a Laura ma Laura è al telefono e non l’ha proprio cagato di striscio.
“Come mai?” gli domanda incuriosita Franca Franca “è proprio un bel film quello lì”. Il tono di Franca Franca è simile a quello di un cd segnato. Un baritono d’oltretomba a causa dei 5 milioni di bionde fumate nel corso dell’esistenza terrena per la maggior parte del tempo a cui si alternano acuti da soprano rapidissimi che annientano i timpani.
“M’ha propr fat schif” dice Gianni.
“Perché?”
“Filbrutt, brutt fil propr”.
“Ha mai provato con Paura e delirio a Las Vegas?” domanda Franca Franca.
“Paur e delir dov?”
“A Las Vegas. Se ti piace Johnny Depp non puoi non guardarlo”.
“A me di Depp non mai fregat un caz”.
“Prova Brad Pitt?”.
“Badpitt? Chi caz è? Un can?”
“Nessun cane. Sei tu che sei un asinone bello grosso” gli dice Franca.
“Franc non romper pal. Vabeh, vad. Cia Franc”.
Gianni si incammina verso l’angolo riservato ai cassettoni coi dvd. Ce ne è una parete intera, arriva fino al secondo piano della biblioteca. Il titolo più nuovo, oltre a quello con Johnny Depp, è Ben Hur girato a Cinecittà nel 194X. Franca Franca ha appena lasciato gli amici del bar che è appena dietro la reception vicino l’ingresso dell’asilo ed è entrata in reception volutamente.
“Laura ha letto i giornali?” chiede Franca Franca a Laura che ha interrotto per un attimo le telefonate.
“No Franca, perché?”
“A Vagheggio è successo un fatto brutto”.
“Cosa?” chiede Laura aggiustandosi la frangia.
“I ladri hanno svaligiato un’azienda. Sono entrati scassinando una porta e hanno fatto danni per quasi 20 euro. E il furto poi…”
“Hanno rubato tanto?” domanda.
“Tanto sì. Hanno svuotato la macchinetta del caffè, quella della Dorando, solo che i proprietari l’avevano svuotata la sera stessa prima di andare a casa”.
“Quindi?”
“Hanno rubato ben 3 euro. E’ il colpo più grosso da quando vivo qui” dice Franca.
“Laur, Laur, vist che è success?” Gianni si sposta dall’area dvd alla reception. Corre. Lo Yokohama sui fianchi ballonzola come un creme caramel accarezzato da un cucchiaino. Un terremoto ondulatorio e sussultorio di magnitudo 7.5 accompagna le pesanti falcate.
“Cosa?” chiede Laura.
Gianni ha perso lo stuzzicadenti e non riesce a rispondere.

BAR
“Scopa” dice Ermanno al dirimpettaio Guido.
“Magari…” dice Guido al dirimpettaio Ermanno.
“Scopa, ti ho detto”.
“Beato te che ancora ci riesci…il mio ormai guarda sempre a sud”.
“Cos’hai capito? Fai scopa, non hai il sette di denari?”
“Magari…”
Ermanno Olivi, Guido Remi, Otello Bigi e Luigi Brighenti sono all’ennesima partita a scopone scientifico della giornata. L’angolo bar è all’interno della biblioteca di Vagheggio, piazzato esattamente tra la reception e l’ingresso dell’asilo. Ci sono alcuni tavolini quadrati, una sedia per ogni lato, il bancone, la macchina del caffè e nell’aria c’è odore di piadina bruciata. E il barista, Giorgio. Sotto gli occhi ha due Samsonite che neppure la Ryanair considererebbe bagaglio a mano, la camicia bianca aperta fino l’ombelico, un tripudio di peli in bella vista, un canovaccio a quadri appoggiato sulla spalla sinistra e la bestemmia facile, una per ogni virgola richiesta da un qualsiasi discorso.
“Ermanno, dio…, a carte sei utile come una zanzara in una camera da letto in estate” dice Giorgio.
“Grazie Giorgio, sempre simpatico” dice Ermanno.
Giorgio appoggia la tazzina sul bancone in finto legno e finto marmo: “Ermanno, è pronto il caffè”. Ermanno si fa indietro. La seggiola, senza feltrini, spara una grattata sul pavimento che riporta alla luce antichi resti di una domus romana ed emette un sibilo che rende sordi i sordi.
“Ermanno, dio…”.
“Ermanno, scopa prima del caffè” gli dice per ripicca Guido.
All’improvviso tutto trema. Vibra la tazzina, vibra il bancone, vibra la macchina del caffè.
“Ma che cazzo succede? Dio…”.Giorgio sposta lo sguardo verso la reception. C’è Gianni che corre verso Laura. Ha perso lo stuzzicadenti e da quella bocca non esce un suono neppure a pagarlo.
“Io mando in galera tutti”. Ettore Lusuardi, irrompe nella biblioteca di Vagheggio con fare minaccioso. “Siete stati voi a organizzare quella festa ieri sera per strada?”.
Laura ha il terrore negli occhi: “Sì, siamo stati noi”.
“Io vi mando tutti in galera, ieri sera sono andato a letto alle undici e c’era la musica che faceva ancora bum bum. Vi rendete conto?”.
Giorgio si pettina i peli del petto, si dà una lavata alle mani, si asciuga nel canovaccio a quadri che scende dalla spalla come fosse un visone e con un tono da amplificatore da concerto degli Acdc gli fa: “Ettore, in galera non ci vanno neanche gli assassini. Ci vuoi mandare Laura perché ha fatto una festa per i giovani? In galera ci devi andare tu: c’erano 46 gradi e alle undici sei andato a letto. Sei te da internare, dio…”.
Giorgio il diplomatico ha messo zitto Ettore che ha alzato i tacchi e si è incenerito. Laura si gira e fissa Giorgio negli occhi. Il telefono del bar squilla.
“Pronto, bar della biblioteca di Vagheggio” dice Giorgio.
“Ciao Giorgio, sono Laura della biblioteca di Vagheggio. Grazie per avermi aiutata”.

ASILO
Dietro il bar della biblioteca di Vagheggio c’è un lungo corridoio che porta all’asilo. Nell’asilo della biblioteca di Vagheggio ci sono due altalene, un pinco panco, una giostra di cavalli, l’autopista Faccani, un calcio in culo e il tagadà in formato mignon: gira ai sei, non oscilla e sembra una ruota per far fare footing ai criceti. C’è anche qualche libro e non si capisce il perché l’architetto abbia trovato il posto pure per loro. Mamme indaffarate ai fasciatoii appallottolano pannolini radioattivi emettenti aromi che stuzzicano le narici e si diffondono un po’ dappertutto. Leonardo, Leoluca, Leoprando e Leomessi si tengono per mano e formano un cerchio. Come per le cucciolate, essendo tutti e quattro nati nel 2075, i loro nomi iniziano tutti per Leo.
“Giro, girotondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra”. E via con una culata collettiva sul pavimento grigio.
Mammarita, mammaclaudia, mammafede e mammasissi li osservano con interesse. E quando i decibel dei cori dei quattro leo superano i 450 decibel, mammarita, quella con la voce più grossa, si esibisce in un “SSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH” che sentono in comune, in piazza, in reception e in quegli sperduti meandri dove qualcuno sta cercando di studiare. Leoprando spaventato, si alza all’improvviso e scatta come un piccolo Usain Bolt urlante verso la reception. Giorgio, che sa che la biblioteca di Vagheggio è un posto silenzioso, abbandona per un attimo il bancone, si avvicina al corridoio e lo stende con un piede a martello sul piatto tibiale.
“Leoprando, non si corre” dice Giorgio. Leoprando lo guarda, spalanca la bocca rimasta senza incisivi, canini e premolari rotolati sul pavimento come dadi in un casinò, e con la testa fa cenno di sì.
“Bravo Giorgio” dice Ermanno “per fortuna che al mondo c’è ancora qualcuno come te che tiene all’educazione dei più giovani”.
Mammaclaudia, mamma di Leoprando, estrae il cellulare dalla borsetta firmata Luigi Vittone e compone il numero. Dopo un attimo sta parlando con l’avvocato di famiglia: “Hanno sgridato mio figlio, fa partire la querela verso Giorgio il barista ed Ermanno suo complice”.

RECEPTION BIS
Gianni ha ritrovato lo stuzzicadenti, lo Yokohama sui fianchi ha smesso di oscillare. Ha entrambi le mani appoggiate sul bancone della reception e cerca di recuperare fiato. La cassa toracica fa avanti e indietro, in cerca di particelle d’ossigeno aggiuntive.
“Dimmi Gianni” dice Laura.
“Son sparit i libr di RobRossi, storic local”.
Laura è senza parole. Chi sarà stato, cosa sarà successo, come avrà fatto? Perché? Quando? Dove?
“Buongiorno signor maresciallo, biblioteca di Vagheggio sul Minchio. Sono spariti i libri di Roberto Rossi, lo storico locale”. Un attimo di attesa. “Sì, lo so che tutti li ha letti solo l’autore e che li usano al ricovero per fare appisolare gli ultra novantenni. Ma siamo disperati, corra subito per avviare le indagini”.
Tutto questo accade alla biblioteca di Vagheggio, luogo del silenzio. Dove c’è pure qualcuno, oltre a Lorenzo Meccatronici, che cerca di studiare.


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