Di basket so…

Di basket so che per vincere bisogna infilare la palla più volte dell’avversario in quel cerchio rosso con la retina appeso in alto a un tavolo di vetro.
Di basket so che se becchi un bambinetto che a 10 anni dà una spanna in centimetri ai suoi compagni di classe, gli altri genitori dicono: “Vedi, lui giocherà a pallacanestro”. Che non è poi mica vero che debba per forza andare così.
Di basket so anche che mio padre, da bravo e perenne divora-giacchette-nere, non guarda neppure una partita perché dice che gli “arbitri decidono le partite ancora di più che nel pallone e dopo mi infùmano ancora di più”.
Di basket, insomma, non so niente. O poco, molto poco. Per me la zona è e resta quella che faceva Sacchi nel Milan dei tre olandesi e io, da gobbo-gobbissimo-juventino, guardavo con invidia perché ce le suonavano sempre appena se ne presentava l’occasione.
Di basket so che il play è quello che porta il pallone, il pivot è la stanga che si pianta in mezzo all’area e che mi lustrava le gengive coi gomiti quando per caso mi capitava di imbattermi casualmente in un 3 contro 3 al campetto perché mancava uno per essere pari e gli altri mi dicevano: “Vieni tu dai Robby. E quando non sai cosa fare, passala a Marcone che poi ci pensa lui”.
Ma di basket so anche che un gruppetto con un bel po’ di giovani è a un passo da coronare un sogno che, poco per volta, sta diventano di tutti: grandi e piccoli. E che adesso sta diventando anche il mio che, come avete visto, di basket so proprio poco e che spesso e volentieri continuo a chiamarla Bipop.
Di basket so anche che durante un giugno insolito davanti a un maxischermo in piazza in centro a Reggio ci si è ritrovati in 1500.
Di basket so anche che, mentre mi mangiavo una pizza, ho sentito un boato improvviso distante almeno 200 metri che ha fatto incrociare gli sguardi dei maschi presenti e impennare in un istante le connessioni a Livescore per avere un parziale. Mentre le ragazze, tra un tacco 12 e una spettegolata su una qualche gossippata appena avvenuta, ti martellavano i timpani a suon di : “Quanto fa la Grissin Bon? Quanto fa la Grissin Bon? Quanto fa la Grissin Bon?”
Di basket so anche che, il lunedì dopo il solstizio d’estate, in giro c’era poca gente, poche macchine e camminando per le viuzze di un paese dove il giorno prima c’era la sagra sentivi le tv delle case urlare all’unisono “Ciiiiinnnnnciaaaarini”, “Poooolooonara”, “DeellllaVaaaalllle”. Un po’ come capita quando ci sono i Mondiali di calcio.
Di basket so anche che una piccola realtà, contro un’altra piccola realtà, sta facendo impazzire di gioia tutti e si è ritrovata a giocarsi lo scudetto. E che spero lo vinca, perché penso se lo meriti. Perché è riuscita nell’impresa di far diventare tutti tifosi e di coinvolgere tutti. Anche quelli, proprio come me, che sanno che bisogna buttare la palla nel cerchio rosso con la rete una volta più degli altri e che il pivot è quello alto, quello a cui pur non volendolo annusavo le ascelle nei 3 contro 3 perché mi dava minimo venti centimetri d’altezza e mi lustrava le gengive coi gomiti.


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