Finalmente il uichend…

Dialogo tra due madri sui 65/70.

“Ma tuo figlio che lavoro fa?

“Si occupa di iumaresorcis (human resources)”.

“Ahnnnn – replica dubbiosa l’altra -Dunque? Le disocupee? (Contrattacca in dialetto)”.

“No, no. Per lavurer al lavora. Mod precis io mia capi gnan me. Comunque peins a faga la selesion dal personel”.

“Ah ok” ribatte l’altra.

Dialogo catturato per caso sotto uno dei tanti porticati di una città che città non è. Viva l’inglese, però. E viva la nuova moda, ma neppure troppo nuova, dei termini inglesi gettati a caso in mezzo a un discorso. Tanto per fare un po’ i fighi, un po’ gli alternativi. Anche se poi, concretamente, non servono a un beneamato. Ormai li usano tutti. I giovani di tutte le età, in tutte le salse, madri e padri dai 40 ai 70 per non essere da meno. E poi se di una parola non si conosce nemmeno il significato, “fa po li stess, me fiol ma det ed dir achse”.

Fino a 10-15 anni fa, probabilmente, i termini d’oltre Manica conosciuti dal reggiano medio erano forse dieci. Quali? Eccoli, (elencati e trascritti basandosi rigorosamente sulla nostra pronuncia; nessuno, o quasi, era in grado di scriverli): compilesion (per tutti il disco musicale), corner (perché la usava Pizzul durante la telecronaca degli azzurri), siou (spettacolo), catering (meglio noto anche come caterin o catterin), parti (quando c’è di mezzo del cibo noi italiani non abbiamo da invidiare nulla a nessuno),  cevingum (per imparare a dire “ciuingam” ci sono volute almeno due generazioni),  nominesion (quella la sapevamo perché Mollica sul Tg1 la usava sempre quando parlava degli Oscar), wester (i film, la n è muta) e hotel (sì perché lo si trovava scritto nelle insegne quando si andava a Cesenatico al mare e ci si fermava per chiedere se avevano una doppia libera con la possibilità di mettere il lettino per il piccolo, tu).

Adesso? Adesso no. Adesso è tutto diverso. Un esempio. Una volta c’era il direttore commerciale, il responsabile acquisti o vendite, l’operaio semplice e quello specializzato. Leggere e provare a comprendere la pagina delle offerte di lavoro (lascia stare che, complice la crisi, se va bene, ne trovi al massimo tre) ormai è diventato anche quello un lavoro: junior sales manager, market developer, automation engineer, key account manager, junior retail asset manager, fashion art director, wholesales area manager (“cuschè le un codice fischel” disse il nostranone al bar), visual, stylist e via discorrendo. Un tempo uno poteva anche provare a spedire un curriculum; al giorno d’oggi non riesce nemmeno a capire cosa stiano cercando. Un tempo era secco, adesso è dry. Un falso è diventato fake. Eri un tipo alla moda? Ora sei fashion. Avevi mangiato due salatini, un “toc de scarpasoun” e bevuto un bitter? Avevi fatto un semplice aperitivo, non ti eri ingozzato di finger food e, soprattutto, non avevi preso parte a nessun happy hour. Alla sera avevi fatto un giretto lungo la via Emilia e avevi caricato una ragazza perché era da un po’ che non battevi chiodo? Semplice, avevi raccattato una prostituta, ecco tutto. Non una escort. Non esistevano. Anzi sì, ne esisteva solo una: la Ford. Adesso è tutto un mood, location, make up, mission, network, outlet, remake, selfie, up to date, wireless, workshop e via di seguito. E’ davvero necessario? La nostra lingua è poesia. E tanto difficile quanto meravigliosa. Ce la invidiano tutti, inutile nasconderlo. Lascia stare, va. Sei antico. Ma di una cosa mi rallegro: stasera inizia il fine settimana e per due giorni ciao ciao preoccupazioni, pensieri e ansia. Anzi, scusate: inizia il uichend. Ma questa è facile, l’usavamo anche qualche anno fa.


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