52 anni,52 righe (ai miei genitori)

La sveglia infrange il silenzio della notte. Lei la spegne, scosta appena le coperte e con un filo di voce: “E’ ora”. Dall’altro lato del letto, lui. Si alza, si muove lento, lentissimo. I vestiti, le scarpe. Senza rumore. Parte. E’ l’inizio di una nuova giornata. Sono le 7, minuto più minuto meno. L’auto in garage, il pane fresco da andare a ritirare. Il rumore fragoroso delle serrande che si spalancano. E un altro giorno lavorativo che prende il via. Sempre così. Da lunedì a sabato. Estate e inverno. Col sole e con la pioggia. “Perché ai clienti diamo un servizio e noi dobbiamo esserci”.
La porta con la montatura dorato/nera è spalancata. La ferma una confezione di candeggina da 5 litri. Prima c’era il fustino del Dash, quello cartonato. Enorme: “Almeno 50 misurini” assicurava lo spot in tv. Sarà vero? Boh, poco importa. La signora non se lo domanda. Mai. E’ troppo affezionata a quella marca per cambiare. Un foglietto tra le mani, la lista delle cose da comprare: “Detersivo, pane, pasta, un etto di crudo”.
“Per piaseir dam anca un ves ed Nutella. Le per me nvod, al cech. Ag pies da mat”.
“Nota, va là. Go mia un sold. Ti port e d’man. Grasia”.
“Nessun problema” le rispondono annotando il conto sul libretto monocolore. Si vede che non ha fretta. Anzi. Poi: “Et saiu se è suces?”. E via. Mezzora (minimo) di chiacchiere. A raccontare del furto in quella casa. Del fatto non proprio bello capitato a scuola del nipotino. O della nipote, l’altra, quella grande, promossa a pieni voti. Il piccolo negozio? Un quotidiano spesso più aggiornato dei quotidiani. Alla faccia di internet, tablet e tutto il resto.
C’è un aroma unico, indescrivibile. Riporta ai sapori di una volta. I sapori buoni, genuini. L’aroma della mortadella appena tagliata satura l’aria e spalanca lo stomaco. Entra lui. Inspira profondamente e, un po’ in italiano e un po’ in dialetto: “Senti che profumo. Damn un eto. Marcmand, rech”. Un etto ricco voleva dire almeno uno e mezzo.
“Metto un’altra fetta?”.
“Fa du eto, va là” risponde.
Salda il conto e si accomoda sulla sedia di compensato degli anni ’70. Appoggia la sportina nera di tela con la scritta rossa “Macelleria da Franco, Caselline di Albinea” sulle bottiglie di minerale poco distanti. E partono le chiacchiere: politica, chiesa, comune, terra, legna. Di tutto un po’. La solita dose quotidiana. Venti minuti e… “via, l’è ora ed turner a ca’”. Saluta e se ne va. Cinque minuti. Ed eccolo ancora: “A forsa ed ciciarer, io lase che la speisa…”. E giù a ridere.
Le ore passano. Il via vai è continuo. C’è chi telefona per la spesa a casa perché non ha nessuno da mandare in negozio a ritirarla. C’è il ragazzo con la tuta da lavoro; confida preoccupato che, a fine mese, a far quadrare il bilancio familiare, si fa sempre più fatica. C’è il nonno preoccupato e chi rivive la partita della domenica, azione per azione. E chi racconta di malanni vari. Propri o altrui. Ovviamente a modo suo: “Puvreina, cla putela: l’è orestica” (voleva dire anoressica). “Me cugne s’è rot la radio” (voleva dire il radio, l’osso del braccio). “A me scusa, ag pas davanti”. “Ah, sgnora, al sa anca le che sun pas davanti?” risponde il nonnino scherzando sulla propria virilità ormai sopita.
Il telefono squilla ancora. I clienti domandano preoccupati: “Come sta?”. E’ un continuo. Un luglio brutto, quello. Bruttissimo. Il cuore ha voluto fare un po’ il mattacchione. Ma i giorni passano. La situazione lentamente migliora. In tanti vanno a trovarla, in tanti si fermano per sapere. Vivono anche loro quei momenti difficili. Come se si fosse tutti una sola grande famiglia.
Stasi e la Piera non ci sono più. I diplomi con le loro medaglie argentate, un riconoscimento per i tanti tantissimi anni trascorsi nel commercio, sono sempre lì: affissi alla parete, in bella mostra. Loro hanno pensato questi 34 metri quadrati, loro li hanno voluti.
Gli scaffali e il magazzino, ormai, sono vuoti. E’ rimasto poco, pochissimo. Il registratore di cassa sbuffa l’ultimo scontrino fiscale. Domani si riparte. Un’altra vita, diversa.
E’ il 2 gennaio oggi. Un altro anno ha appena preso il via. La sveglia infrange ancora una volta il silenzio della notte. La Liliana la spegne, scosta appena le coperte. Ettore, dall’altro lato del letto, sorride. Si fissano un momento. Nessuno parla, nessuno vuole interrompere quegli attimi.
Oggi non dovete alzarvi e andare in bottega. Vi piaceva tanto, vi mancherà. Ma no, oggi no. Oggi potete continuare a dormire.


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