Ricordi

Lascio l’auto in uno spiazzo un po’ erboso un po’ no. Mi arrampico sulla striscia d’asfalto che spacca in due questa piccola frazione di montagna. Mentre mi avvicino, mano nella mano con la fidanzata, scorgo uno dei fari dell’impianto di illuminazione. Ricordi. Oggi è un giorno di festa e, nell’aria, un intenso profumo d’autunno solletica le narici. Le colline circostanti assomigliano a tavolozze di colore. Colori che riportano alla luce epiche battaglie. Ma…

“Ragazzi, li hanno convocati tutti. Lo sappiamo, sono forti. Molto forti. Ma lo siamo anche noi e oggi vinciamo”. Il mister ci raduna nello spogliatoio. Poco prima, nell’attesa, tra una Marlboro e l’altra per scaricare la tensione che un allenatore ha sempre (e a qualsiasi livello), ha buttato l’occhio sugli avversari e li ha riconosciuti. Siamo in testa alla classifica, loro distanziati sì e no qualche punto. Gli altri hanno arruolato i giovani più promettenti;  quelli che, alla domenica, già bazzicano in prima squadra. Giocano in Prima Categoria. Noi siamo una pattuglia di sbarbatelli, adesso ci chiameremmo ‘bimbiminchia’. Il mister dà la formazione: il numero 1 è Davide Montanari. Gli altri sono i soliti: Polle, all’anagrafe Giovanni Poletti, l’uomo che, a suon di trattenute, scambia la maglietta con l’attaccante avversario senza chiedergliela, Maurizio ‘Tauri’ (la r è muta, Vandersalsi docet) ‘Piede educato’ Gualtieri, Davide ‘Bonne’ Bonini e il resto della truppa. Menzione a parte per ‘Andreamarconi’: detto così, tutto d’un fiato. Lui è uno dei più buoni. In campo, puoi metterlo ovunque. Si abbina con tutto. Tipo il prezzemolo. Può  fare il libero, lo stopper,  la punta, il centrocampista. L’ala, il fantasista e il mediano. Probabilmente, in caso di necessità, avrebbe potuto anche infilarsi un paio di guanti e volare tra un palo e l’altro in pieno stile Ed Warner. Insomma, si va in campo. Insolitamente carichi. I minuti volano. ‘Andreamarconi’ si tuffa su un traversone teso e, con un perentorio colpo di testa, disintegra il palo. Giochiamo un partitone. Vinciamo 3-0. Al triplice fischio, in quella fortezza inespugnabile, i nostri tifosi al seguito, più o meno dieci, esultano come se dovessero celebrare un Tricolore. A oggi penso sia l’unica vittoria (non so se anche in quella degli altri ma nella mia incolore carriera calcistica di sicuro) su quel terreno.  Un terreno che si raggiungeva dopo poco più (o poco meno) di un’ora d’auto. Con sveglie a orari impossibili quando si saliva alla domenica mattina, l’unico giorno in cui si potesse dormire un po’ di più, per una partita del campionato Allievi. Ricordi.

Sconfitte, sconfitte. E ancora sconfitte. Ne abbiamo collezionate non saprei nemmeno quante: una caterva. Da lì si tornava con le caviglie livide, i piedi congelati. E, quando andava bene, almeno un paio di gol sul groppone. Senza dimenticare i rimbrotti, si sa mai che qualcuno di noi si montasse la testa, dei genitori: “Oggi avete fatto pietà”, la litania durante il ritorno. Quella, però, senza tanti giri di parole era solo una cosa: non una, ma la trasferta. Campo formato mignon, spogliatoi gelidi. Così come le docce. Ci si vestiva su panche di legno che definire povero vuol dire essere ottimisti. Incollati l’uno all’altro. Al ritardatario di turno toccava prepararsi in piedi, infilarsi i parastinchi, quando andava bene, appoggiato a una parete. O, se nessuno tra i convocati aveva dato forfait all’ultimo, alla porta del cesso. Sì, cesso. Perché  quello lo era. Non una toilette, ma un cesso. Le tribune? Ma va là. Qualche panchina tra strada e fascia e un avallamento naturale a fungere da curva. Dietro una porta, un rivone che pareva senza fine. E con i nostri piedi, recapitare una biglia nel Secchia, laggiù nella valle, era impresa alquanto frequente.  Al posto del dischetto del centrocampo, un tombino dell’irrigazione. Così, quando la palla ci capitava sopra, era impossibile stabilirne la traiettoria. Ricordi. Insomma, ogni volta, una spettacolo. Sempre e comunque. Una volta, su quel terreno, abbiamo incrociato un tale, che da lì a poco, sarebbe finito pure in serie A. Quel Fabio Caselli che, palla al piede e falcata sontuosa, partiva dalla propria area, ci scartava tutti e depositava senza patemi in fondo al sacco. Finì 8-0 per loro (penso), quella volta. Credo che colui che sarebbe poi diventato capitano granata ne abbia fatti almeno cinque. O forse, pure di più. Ricordi? Sì, ricordi. Tanti, tantissimi.

Ora mi avvicino a passo spedito. So del campo nuovo. Ma voglio vedere com’è l’altro, il ‘vecchietto’. Quello che ti riportava a sfide epiche, a un calcio da tempi andati. Ancora pochi passi. Ed ecco la nuova veste: un centro sportivo avveniristico, semplicemente meraviglioso (in altro modo non si può definire), ha preso il posto di una porta. L’altra non c’è più. Svanita. Come gli spogliatoi. Che ci sono ma non ci sono più: al loro posto la sede degli Alpini. Cavola è cambiata, non è più la stessa. Soprattutto il campo. E’ tutto molto più bello adesso. Senza dubbio. Ma chiudo gli occhi un istante. I ricordi si fanno subito spazio. Per un attimo rivivo tutto. Ricordo. Rivivo. Non una qualsiasi trasferta. Ma la trasferta.


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