Lettera a una zanzara tigre

Non so se una coppia di tuoi antenati sull’Arca ci sia salita per davvero. O magari, carogna come sei e come sono tutte quelle della tua specie, semplicemente si è sviluppata in un qualche angolo un po’ umidiccio della stiva durante quell’interminabile traversata. Senza che nessuno l’avesse invitata, tanto meno Noè. E a quell’epoca non c’erano i due di Iren col giubbotto giallo fosforescente, la bici retrò un po’ sgangherata, la tanichetta sulla schiena e lo spruzzino tra le mani a cercare di renderti la vita complicata. Io so solo, cara zanzara tigre, che non riesco a comprendere quale possa essere la tua utilità. Che sia per il polline? Non penso tu serva. Che tu faccia bene alle piante? Non credo proprio, poi magari mi sbaglio. Forse porti fortuna? Macché.
Insomma, il nulla più totale. Voli così, zigzagando qua e là, in silenzio. A caccia delle tue vittime ignare di questo tuo futuro e ingiustificato prelievo. Con quelle tue zampette giallo-nere che assomigliano più a un incrocio tra il mantello striato di una tigre (solo che tu non fai paura a nessuno, dai solo fastidio) e le calze del Borussia Dortmund ai tempi di Riedle, dello svizzero Chapuisat e del portiere Klos, quello con la maglia tutta colorata e un gigantesco uno viola contornato di rosa sulle spalle.
Non fai rumore. Mai. Nemmeno il minimo rumore. E sconvolgi i nostri piani perché a tutti noi, da piccoli, hanno sempre insegnato che le zanzare ti sfrecciano vicino le orecchie nel corso delle calde notti estive e quel loro insopportabile “zzzzzzzzz”, oltre a interrompere bruscamente il sonno, ti tramuta in un BrusssLee (le esse sono tipiche della parlata emiliana) di casa nostra, scatenando pugni rotanti e ciabatte volanti nel buio più totale.
Tu invece no. Muta. Come Bernardo, il servo fedele di Zorro.
Hai un nome scientifico che, senza dubbio, ti dà un certo tono: Aedes albopictus, manco fossi un personaggione che ha fatto la storia dell’Impero Romano o qualcosa del genere. Pare che tu provenga da paesi tropicali o subtropicali. Dove ognuno di noi vorrebbe andare a trascorrere le vacanze, sognando palme, spiagge bianchissime, acque cristalline. Magari in pieno inverno mentre qui la nebbia si taglia col coltello o l’aria ti leviga la faccia talmente punge. E ti fa diventare le gote rosso fuoco, tramutandoci tutti in versioni moderne di Heidi e delle caprette che fanno ciao. Tu invece? Tu hai fatto il contrario. L’unica ad aver preferito, da qualche anno a questa parte, le estati umide e afose (il 2014 un po’ meno), la lunga interminabile e monotona tavola che è la pianura padana. Avevi palme, cocco e mari da favola. Nessuno qui ha capito la tua scelta. Riesci a dirci qualcosa di più? La nostra è una terra davvero così affascinante?
In silenzio scegli la vittima. Ti appoggi e zacchete: pianti il tuo pungiglione e prelevi senza chiedere il permesso. Banchetti a nostre spese, pellaccia!!
Solo una cosa: a volte ci fai venire dei gnocconi sulla pelle grossi e rossi come pomodori. Un prurito che non ci grattiamo, semplicemente ariamo la nostra epidermide. Per dei prelievi del genere, ognuno di noi, paga alla mutua forse più di 20 euro per i controlli di routine. Tu cibi gratis e prelevi almeno tre fiale di sangue ogni volta: potresti almeno farci avere gli esiti? Grazie.
E scusa del disturbo.


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