600mila

1

Sono passati sette anni. E la storia si ripete a ogni singola occasione. Sono stufo ormai, insofferente. Provate voi a stare seduti su una panchina, che sia nel più anonimo dei parchi o nel giardino di casa, sapendo perfettamente di non poter passare inosservato.

In pratica è come non essere mai soli. Mai, veramente, soli. Sempre qualcuno che si accorga di voi, sempre qualcuno che vi fissi per un istante, vi riconosca e ridacchi.

Che effetto vi farebbe?

No, voglio chiedervelo. Perché a me capita ogni giorno, ogni sera, ogni volta in cui ficco il mio maledetto naso fuori dalla porta di casa. Anche adesso, qui. Seduto su una panchina dei giardini pubblici, a destra il teatro Ariosto e un via vai di bus e persone, a sinistra il Valli e di fronte quello scempio dell’isolato San Rocco.

Un giorno mi è passata tra le mani una foto di qualche decennio fa. Quello sì che era un porticato, senza quel grigiastro e quelle colonne striminzite di oggi.

Era il centro di Reggio; un centro vivo, animato. Eppure il centro di una città comunque mai diventata città. Un paesone, niente di più e niente di meno. E’ una definizione senza senso? Può darsi, ma Reggio è questa. E forse lo resterà in eterno.

Nei paesoni la gente spettegola, non si fa mai i cazzi propri. Ed è probabile sia per questo che, quando qualcuno mi nota, si comporta sempre alla stessa maniera: un’occhiata fugace, due passi spediti, uno sguardo all’indietro a caccia di conferme, il dorso della mano a coprire la bocca. E l’inevitabile e impercettibile dondolio del capo a indicarmi e a farmi riconoscere dall’eventuale interlocutore, come a voler dire: “Hai visto chi c’è?”.

“Sì, sono io” ho risposto tante volte, provocando imbarazzo. Altre volte ho preferito far finta di nulla. Occhi fissi sull’orizzonte, sguardo inebetito e amorfo.

Come se tutto mi scivolasse addosso. Ma non è mai stato così.

Sono qui seduto perché ho finalmente deciso. Parlerò. E’ la decisione più complicata della mia vita: può essere parlare la scelta più difficile in cui imbattersi a quasi 50 anni?

Sì, può esserlo. Lo è. Lo è soprattutto se alle spalle ti sei ritrovato dinanzi a un bivio e una scelta giusta ti ha stravolto in peggio l’esistenza, facendoti perdere tutto: moglie, carriera, famiglia. Lo è perché ti sei ritrovato in appena 24 ore dal paradiso all’inferno, sapendo perfettamente che tutto non sarebbe più stato come prima. Che la gente ti avrebbe additato invece che bloccarti per strada e domandarti un sorriso per una foto ricordo. O un autografo, perché “lei è un esempio”.

Che mille cose giuste passano ma che uno sbaglio verrà ricordato in eterno.

Mi hanno massacrato. Tutti. Ho scorto qualcosa che non c’era. Che solo io ho visto. Tutti, dopo, si sono sempre domandati come avessi potuto commettere un errore così. Nessuno si è mai chiesto perché.

Perché nessuno si è mai chiesto il perché?

Non lo so, non capisco. Ma poco importa.

Oggi farò chiarezza.

 

 

2

Lascio la panchina e mi incammino fissando l’asfalto che butta su un caldo impossibile. Cammino così, a testa bassa, provando a evitare il contatto con gli sguardi altrui. L’umidità mi ricopre mani e braccia. E’ come se una patina appiccicosa mi avvolgesse, sembro fatto di colla.

Svolto a destra e imbocco la strada. Mi avvicino al portone vetrato che dà sulla via, quello appena dopo il bar e il negozio di vestiti. Sul campanello trovo la scritta ‘Redazione, piano 2’.

Alzo lo sguardo e fisso lo spigolo di cielo azzurro tenue che sbuca tra i palazzi.

Che faccio?

Sì o no?

Verità od oblio?

Penso ancora.

Il dubbio mi pervade. Ma neppure troppo.

Pochi istanti mi bastano.

E’ ora di finirla una volta per tutte: verità.

“Sìì?” gracchia il citofono.

“Cercavo Luca Brevi, sono Montanari”.

Silenzio. Il ronzio del relè fa scattare la serratura del portone e, nel giro di un secondo, mi trovo davanti a una scala stretta e ripida che mai mi sarei immaginato. Divoro i gradini a passo spedito e raggiungo il pianerottolo del ‘piano 2’. La porta blindata chiusa incute timore: è come un muro rigido e freddo tra il fuori e il dentro, un confine invalicabile tra le vite della gente e quelle di chi scrive sui giornali. Mi irrigidisco. Ma è solo un attimo, perché trenta centimetri sopra al pomello ottone un filetto di carta affisso col nastro adesivo riporta la dicitura ‘Avanti’ e sembra invitarmi ad abbandonare ogni forma di paura.

Entro e, dopo aver sceso tre gradini in legno, vedo Luca, sorridente, avvicinarsi agile attraverso il corridoio. C’è odore di piombo e il telefono non smette di squillare. Mai. Cataste infinite di vecchi quotidiani ricoprono praticamente tutti i tavoli e i termosifoni dislocati qua e là all’interno delle stanze. E’ la prima volta in vita mia che metto piede in una redazione e, nonostante me l’aspettassi diversa, devo ammettere che l’impressione è buona. Si respira un’aria frizzante, viva. Un ambiente effervescente.

 Io e Luca siamo coetanei, 49 anni. Siamo stati compagni di classe allo scientifico, abbiamo iniziato insieme ad arbitrare quando non avevamo neppure 18 anni. Poi le nostre strade si sono divise: io ho proseguito fino ai massimi livelli. San Siro, l’Olimpico. Torino, Palermo, il Franchi e il San Paolo. Ma non solo: Mosca, Londra, Parigi, Barcellona. Su e giù per l’Europa, a dirigere i match più importanti delle varie coppe. Lui, invece, ha scelto di proseguire in ciò che meglio gli riusciva: sapeva scrivere e si è buttato nel giornalismo. A 20 anni collaborava sporadicamente, mandando qualche pezzo che gli veniva sempre pubblicato senza neppure una virgola modificata. Poi ha trovato la classica chioccia, tipico dell’Italia, che se l’è preso sotto l’ala protettiva e, da lì in avanti, non si è più fermato. Si è laureato in lettere a Bologna col massimo dei voti quando già in tasca aveva il primo contratto da redattore. Sì, è vero, ha preferito abbandonare il fischietto dopo aver calcato i campi della Serie D ed essere uno dei giovani più promettenti tra le giacchette nere nazionali. Ma è diventato una delle firme più autorevoli e lette dello sport locale con tante ‘comparsate’ pure sulla Rosea. Alla fine, diciamocelo, tutto si potrà dire ma non che non sia caduto in piedi.

“Ciao Ezio, come stai?”. Luca mi tende la destra per dare un tocco di ufficialità a quell’incontro inaspettato.

“Bene grazie. Tu?”. Rispondo al saluto, stringendogli con vigore la mano.

“Mi hai fatto una sorpresa, è una vita che non ci si vede. Cazzo, potevi mandarmi un messaggio e dirmi che saresti passato”.

“No, è una cosa nata qualche ora fa. Così, all’improvviso. Sono passato, sperando di beccarti, evitando messaggi e annunci. Hai un attimo da dedicarmi?”.

“Certo, ci mancherebbe. Prego, accomodati”. Mi indica una stanza dalle pareti bianche piena di sedie e scrivanie ravvicinate a formare un unico gigantesco tavolo. Nell’angolo opposto all’ingresso la macchina automatica per le bevande calde.

“Caffè?” mi fa.

“Volentieri”.

Ci sediamo.

“Allora Ezio, perché sei qui?”.

Rimango in silenzio per un attimo. Con gli incisivi rosicchio l’unghia del pollice della mano destra come mi capita sempre quando non riesco a controllare la tensione. Fisso il niente al di là delle finestre, danno su uno spoglio e incolore cortile interno. Luca mi osserva, speranzoso che le mie labbra scuciano una risposta.

Finalmente mi faccio coraggio e rompo gli indugi.

“Hai presente l’intervista che mi chiedi da anni? Ecco, sono pronto. Penso sia arrivato il momento”.

Lui è incredulo e il suo volto si tinge di rosso in un istante. Da giornalista sa che quella chiacchierata potrebbe rappresentare una vera e propria bomba.

“Sicuro di volermi raccontare?” mi interroga esitante.

“Sì, sicuro. E ti consiglio di iniziare alla svelta con le domande se non vuoi che ci ripensi e vada via”.

“Dammi solo un attimo”.

Esce. Sento i passi di una corsa appesantita dal non allenamento prima allontanarsi sul pavimento e poi riavvicinarsi, gravi.

“Eccomi”.

Mi volto di scatto e lo fisso. Ha tra le mani un vecchio quaderno sgangherato e una Bic blu.

“La firma più celebre dello sport reggiano con una normalissima Bic blu?”.

Luca sorride mentre scosta la seggiola e si accomoda. Evita di rispondermi e fa bene.

Sorseggio l’ultimo goccio di caffè, ci guardiamo negli occhi per un momento.

E’ il segnale: si comincia.

 

 

3

Non so perché ma Luca perde tempo, circumnaviga la questione con domande banali che, sinceramente, da lui non mi sarei aspettato. E’ oltre mezz’ora che parliamo e in pratica non abbiamo ancora parlato di nulla, tralasciando il fulcro vero della questione. Credo sia in difficoltà, penso non abbia il coraggio di farmi la domanda.

Ho provato a dargli alcune imbeccate velate ma pare non capisca. O forse fa finta, forse ha paura di chiedermi cose che pensa possano imbarazzarmi.

Non mi imbarazzano, sono qui per questo.

“Luca, piantala!”.

Lo interrompo in modo brusco.

E’ stupito dal mio tono deciso e da quello stop fermo e diretto.

“Ti prego, chiedimi le cose che vorresti sapere, che la gente vorrebbe sapere. Evita di domandarmi tutte le ovvietà che mi hai domandato fin adesso. Per piacere, tira fuori le palle”.

Accusa il colpo e sfugge al mio sguardo. Per alcuni istanti i suoi occhi non riescono a trovare un punto fermo su cui appoggiarsi, evitando appositamente di incrociare i miei.

“Scusa Ezio, non volevo esser troppo aggressivo”.

“Devi esserlo” taglio corto.

“Ok”.

Fa una pausa, riunisce le idee, e attacca.

“Va bene. Domenica 3 maggio, minuto 83: cosa succede?”

“Finalmente” gli rispondo.

Anch’io mi ritaglio alcuni secondi. Risistemo i cocci e ricostruisco quanto accaduto, mettendo in fila tutti i ‘files’ archiviati nella mia testa. Non voglio lasciare nulla al caso, voglio che la gente sappia come sono andate davvero le cose.

Sospiro e, un secondo dopo, un fiume di parole inizia a fuoriuscire dalle mie labbra senza esitazioni né soste.

“Succede che Gutierrez prende palla sulla destra, salta secco Rosati ed entra in area. Lo affronta Croce che lo contrasta allargando la gamba destra; Gutierrez sposta la sfera e cade. Per me il rigore è netto e, senza titubanze, indico il dischetto. Amoretti si presenta dagli undici metri e spiazza Girardi: 3-3”.

“Quando ti accorgi dell’errore?”

“Un istante dopo, un po’ mi era apparsa ridicola quella caduta. Ma nessuno protestava”.

“Non potevi tornare indietro?”

“Sarebbe stata una figura del cazzo. Hai mai visto un arbitro di serie A ritornare su una propria decisione?”

“In realtà…sì”.

“Sì, è vero, ma conosci la mia filosofia: sbaglia, ma sbaglia deciso. Se sei convincente, chi gioca arriva a credere che tu ci abbia preso”.

“Perché secondo te nessuno protestava?”

<Porca troia, ci siamo> penso. Il momento è arrivato. Era una delle domande che volevo, che attendevo da sette anni. Sono stanco di convivere con ‘sto segreto.

Vado senza pensare: “La partita era combinata, doveva finire così”.

Il volto di Luca si fa di ghiaccio ma l’incredulità traspare da ogni ruga presente sul suo viso lampadato.

“C-o-m-b-i-n-a-t-a?”.

Scandisce ogni lettera, stravolto dalle mie parole. E’ in confusione.

“Sì, combinata. Aggiustata perché terminasse 3-3. Se rivedi le immagini, comprenderai tutto dalla stretta di mano tra i capitani. Prima sembra che per errore si stringano l’avambraccio. Poi, invece, si danno la mano come da tradizione. Era il segnale affinché capissi. E, se le cose non fossero andate nella maniera accordata, contribuissi alla riuscita della messa in scena. Cosa che ho fatto a sette minuti dalla fine. C’era nervosismo in campo, sapevamo essere la partita della giornata: col discorso scudetto chiuso, quello era il match della domenica. Un pari avrebbe salvato entrambe. E quel 3-3 avrebbe fatto fruttare molti soldi. Non era un risultato semplice e tutto aveva preso una piega orrenda. Il tempo stringeva e si erano messi a giochicchiare a metà campo senza creare pericoli. Così quando ho visto Gutierrez e Croce ho pensato potesse essere il momento. E insomma…”.

“E insomma hai venduto una partita. Non ti vergogni?”.

Nell’interrompermi Luca assume un improvviso tono da chi vuole fare la morale. Per un istante mi riporta alla mente mio papà quando, io ragazzino, mi catechizzava su questo o quell’altro comportamento da tenere.

Immaginavo potesse essere questa la reazione di Brevi.

“Sì. Con un solo fischio ho buttato nel cesso tutto quanto di buono avessi fatto fino a quel momento: sacrifici, carriera, riconoscimenti e soddisfazioni. Ogni cosa”.

Luca è incredulo. Ma non smette di chiedere: “Quando ti hanno comprato?”

“Subito dopo la designazione. Ma già prima c’eravamo sentiti”.

“Chi sono?”

“Lascia stare, non posso dirtelo”.

“Come ti hanno comprato?”

“Sapevano sarei stato tra i papabili per la sfida. Eravamo io, Tinelli e Azzurro a poter fare la partita. Una volta in hotel, la sera prima del match, sono uscito con un pretesto e mi sono congedato per un istante dagli altri della terna. Un emissario dei ‘compratori’ mi attendeva poco distante. Abbiamo contrattato tutto: luogo e giorno del pagamento. In contanti. Mi ha fornito tutti i particolari sui segnali dell’accordo, sulla strana stretta di mano tra i capitani. E tutto il resto. Una volta in campo, in un istante, ho inteso la combine. E mi sono mosso di conseguenza”.

Un bel rischio ti sei preso?

“No, quella è gente che non tradisce i patti”.

L’hai mai detto a Elena e Clara?

“Secondo te? No, certo che no. Sei il primo a cui spieghi tutta la faccenda”.

“Le loro reazioni quando sei tornato a casa?”

“Niente, il nulla più totale, non hanno spiaccicato una parola. Il problema è stato nei mesi successivi. Sai che ho rassegnato immediatamente le dimissioni, nonostante avessi avuto altri due stagioni prima di raggiungere la ‘pensione’ da fischietto”.

Brevi annuisce mentre proseguo nel discorso.

“A Elena, la cosa, non è proprio andata giù. Col tempo ci siamo allontanati, io ero depresso perché senza campo non riuscivo a stare e lei non mi capiva. Ma non ha mai sospettato di nulla. Dopo nemmeno un anno la nostra storia era già da buttare nel cesso. Diceva a Clara che ero uno senza palle e quel poco di palle che avevo le usavo in campo ogni tanto quando facevo l’arbitro: ‘Ma non sempre, Clara, come hai visto. Ha fatto un errore, sono arrivate le critiche e il deficiente si è subito dimesso…’. Se ne sono andate quasi subito: da sei anni vedo mia figlia, se va bene, una volta alla settimana. Una pizza, due chiacchiere a malapena, poi si congeda e se ne va”.

Brevi scrive tutto. Anche le confidenze che gli sto facendo sulla mia famiglia ridotta a brandelli.

“Non vuoi dirmi chi ti ha comprato, e posso capirlo. Mi dici almeno quanto ti hanno dato?”.

“600mila euro cash”.

“Mmm, bella cifra. Così è questo il prezzo della tua onestà?” domanda ironico.

Non sopporto il suo tono. Ma sono stato io a presentarmi qui, chiedendogli di parlare. Sbuffo e scarico la rabbia accumulata. Poi replico, come se nulla fosse.

“Sì, è questo”.

“Posso almeno chiederti perché ti sei venduto?” continua con fare da saputello.

Mi blocco un istante. L’altra domanda che attendevo con trepidazione è finalmente arrivata.

Ora c’è un silenzio teso nella stanza.

“Ok – rispondo – Però possiamo per un attimo invertire i ruoli?”.

Luca non si tira indietro: “Come vuoi…”.

“Vedi, Luca, ho una domanda da farti io, adesso: cosa è successo il 17 novembre dell’anno precedente?”.

“L’incidente a Clara – mi fa, senza esitare un istante – Con lo scooter ha tamponato un camion e si è sfigurata il volto. So che è stato terribile, per tutti voi”.

“Vedo che sei ben informato. Quei soldi…”.

Non riesco neppure a proseguire che Luca subentra nel discorso e va avanti al posto mio.

“Non mi dire che ti sei venduto per lei?”.

“Certo, e per chi sennò? I 600mila euro sono serviti a pagare i vari interventi chirurgici a cui si è dovuta sottoporre negli Stati Uniti. Avevamo un gruzzoletto da una parte, ma a una cifra di quella portata non saremmo mai riusciti ad arrivare. I compratori lo sapevano e mi hanno fatto una proposta a cui non ho potuto proprio dire di no”.

Brevi è stupito. Si vede.

Scruta ogni mio movimento, ogni mio gesto; prova a captare le emozioni che ho vissuto nel corso di quella confidenza tanto intima.

Il suo timbro di voce si è fatto decisamente più morbido rispetto a qualche attimo prima.

“Pensi di aver fatto la scelta giusta?” mi domanda.

“Mai avuto dubbi su questo. Ho perso tutto, ma almeno lei ha ritrovato il suo volto, il suo sorriso”.

Il macigno è venuto fuori, la verità è ora nelle mani di chi potrà portarla all’attenzione di tutti. E riabilitarmi, almeno in parte. Con la coscienza alleggerita, posso dedicarmi ad altro, rispondendo a ulteriori quesiti decisamente più soft, senza pensarci troppo e senza misurare le parole come facevo prima.

Per la prima volta osservo con attenzione il quaderno di Brevi: ha le pagine giallo ocra e la rilegatura lesa, tenuta insieme da alcuni pezzi di nastro adesivo. Ha riempito minimo trenta facciate e, ognuna di esse, più che a un foglio scritto, assomiglia a un tracciato di un elettrocardiogramma sotto sforzo. Sinceramente non so come potrà fare a tradurre in articolo tutto quel ben di Dio incasinato, senza capo né coda. Problemi suoi.

Il resto della chiacchierata fila via liscio.

Saluto Luca e lo ringrazio.

Esco mentre fuori incomincia a imbrunire.

 

4

Mi sento leggero, sereno. Ho dormito così bene che ho perfino voglia di andare a lavorare. Penso non sia mai successo da quando ho iniziato con la nuova avventura.

Dopo aver chiuso con l’arbitraggio, mi sono buttato nell’oleodinamica. O meglio, diciamo che mi ci hanno fatto buttare. Un vecchio amico, vedendomi in crisi di soldi e di testa, ha deciso di darmi una mano e di assumermi come magazziniere: 1100 euro netti al mese non sono certamente tanti, ma almeno posso viverci senza chiedere niente a nessuno e riuscendo pure a passare qualcosa a mia figlia. In azienda sono quasi tutti stranieri, nessuno mi riconosce, nessuno mi giudica, nessuno sa chi sono e, soprattutto, cosa sia stato. Per loro sono Ezio, quello dei pallet. E a me sta bene così.

Non temo gli sguardi degli altri. Ed è la prima volta che mi accade da quella merda di 3 maggio.

Che mi guardino tutti. Non dovrò più sentirmi un fallito perché ognuno saprà davvero come sono andate le cose. E perché l’abbia fatto.

Sono solo curioso di vedere i titoloni sulle pagine dei quotidiani, sportivi e non. Ogni giorno ho sfogliato un giornale o guardato un tg alla tv con la speranza che qualcuno parlasse della vicenda, della combine, del 3-3 accordato a tavolino.

Un presidente, un giocatore.

Niente, tutto inutile.

Nessuno si è mai voluto sporcare le mani. O, forse, sarebbe meglio dire, nessuno ha mai ascoltato la coscienza, sempre che qualcuno ne avesse una.

L’ho fatto io. E adesso sono meno triste. E, sì, posso dirlo, pure meno incazzato con me stesso.

 

Antonio Coppola è il classico meridionale dalla battuta facile. E’ emigrato a Reggio negli anni ’70, si è aperto un bar e guai a chi glielo tocca. Piange di continuo, ma gli affari vanno comunque bene. Si è fatto i soldi quando era il momento e adesso vivacchia, tira avanti. Come tanti, d’altronde.

Dargli un’età è impossibile: ha due borse intorno agli occhi che assomigliano a due trolley della Samsonite, un ciuffo, o ciò che ne resta, che sembra un cimelio della Guerra Fredda. Antico come chissà. Così, su due piedi, sparerei 65 anni. Ma in realtà le candeline spente sull’ultima torta potrebbero essere di più. O magari molte di meno.

Antonio ha un pregio: col suo marcato accento napoletano, riesce sempre a strapparmi un sorriso.

Non è poco, soprattutto per uno nella mia situazione.

Entro e come da tradizione Coppola pare non si sia accorto del mio arrivo. E invece.

“Uè, diretto’” mi fa con tono amichevole mentre mi dà le spalle e continua a riordinare i cassetti al di là del bancone.

Sa che sono stato un arbitro e mi sfotte ogni volta se ne presenti l’occasione.

“Ciao Antonio, tutto a posto?”.

“’Nammerda, diretto’. Come sempre”.

“Mi fai un cappuccio?”.

“Sicuro”.

Si gira di scatto e incomincia ad armeggiare con la Cimbali.

“Che c’è di nuovo sul foglio?” domando per stuzzicarlo.

“Solite cazzate, diretto’. Dei gran bla-bla-bla e nulla di più”.

Mi sforzo di sorridere a quella battuta. Incredulo mi dirigo rapido verso il frigo blu. E’ la zona ‘colta’ del bar. Il resto è fatto di divani in finta pelle dalle tinte sbiadite, seggiole dalla seduta in compensato e dai braccioli in ferro che quando ti alzi hai i gomiti che sanno di officina e tavolacci in legno da poco.

Gettati lì, sul contenitore dei Motta, senza una logica e senza un senso, i principali quotidiani locali e nazionali.

Li sfoglio con l’ansia che mi assale, il cuore che va a mille e mi fa sbattere la cassa toracica con violenza.

Li sfoglio tutti. Uno a uno, pagina dopo pagina.

Coppola ha ragione. I soliti bla-bla-bla.

Non c’è una mezza riga sulla mia vicenda.

Sento il mondo crollarmi addosso. Di nuovo.

Gli ho confidato tutto e quello stronzo non ha scritto.

“Tutto a posto diretto’?” mi chiede Antonio.

“Tiene ‘na faccia…”.

“Tutto a posto, Antonio. Grazie”.

Gli rispondo senza pensare, in automatico. Nel frattempo tiro fuori dalla tasca il cellulare. Consulto la rubrica, trovo la dicitura ‘Luca giornalista’ e la seleziono.

Il cursore intermittente attende che digiti le parole.

Non ne ho, non mi vengono.

Scrivo la cosa più semplice che mi passa per la testa.

E sono tre punti di domanda.

Poi premo invio.

Per caso butto l’occhio sul vecchio orologio a parete: “Cazzo, è tardissimo”.

Pago e corro al lavoro. Senza salutare nessuno.

 

5

Il mio è un mestiere sempre uguale, sempre identico dal lunedì al venerdì. Me ne sto tutto l’anno, otto ore al giorno, a scarrozzare dei pallet. Li prendo dove li preparano, li smollo dove li caricano sui camion. Un compito che mi è valso il titolo di ‘Ezio, quello dei pallet’: in azienda mi hanno ribattezzato così.

E’ il classico lavoro in cui non ci sono né stress né tensioni. Puoi pensare ai cazzi tuoi tutto il giorno, tanto, visto quanto è di concetto ciò per cui vieni pagato, il cervello lo lasci sul comodino di fianco al letto la mattina quando ti alzi e te lo rimonti la sera quando rientri a casa. Un lavoro di merda? No, a me non dispiace. Ne avevo bisogno. Ho passato fin troppi giorni, quando arbitravo, teso come una corda da violino, con responsabilità devastanti sul groppone. E, sinceramente, non ne sento la mancanza. Ma è l’unica cosa, il resto mi manca tutto. Troppo.

Oggi i miei pensieri sono tutti per Brevi. Sono andato là, gli ho raccontato tutta la verità e il bastardo non ha scritto nulla.

Non solo, non si degna neppure di rispondermi al messaggio.

Controllo il Samsung una volta ogni cinque minuti, tra una corsa e l’altra con lo Still.

Niente di niente.

Le sei sembra non arrivino mai in questo mercoledì di fine estate. Ma, finalmente, dopo aver guardato cento volte l’ora e almeno altrettante il display del cellulare, suona la sirena. E’ il segnale.

Lascio la tuta blu nell’armadietto dello spogliatoio. La ritroverò domani, assieme alle antinfortunistiche che mi sfasciano i piedi. Esco e me ne vado.

Come mi accomodo sul sedile dell’Agila verde smeraldo metalizzato, accendo la radio e ascolto senza sentire realmente ciò che passa sul 94 e 7. Poi volo a casa.

Arrivo nello spiazzo del condominio e buttando l’occhio sul display mi accorgo che è apparsa la scritta ‘Un nuovo messaggio’.

Non ho sentito il trillo che ne annunciava l’arrivo. Strano.

Spero sia Brevi.

Speranza che si tramuta subito in realtà: sì, è lui.

“E’ una storia solo tua – recita il testo -, non è giusto tramutarla in articolo. Brevi”.

D’istinto mi verrebbe da gettare il Samsung per terra e calpestarlo fino a quando anche solo un microchip sia rimasto integro. Ma riesco a dominare la rabbia.

Provo a chiamarlo.

“Il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile”.

Aspetto un paio di minuti.

“Il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile”.

Non so dire cosa mi passi dentro, come mi senta. Non voglio pensare a una cosa così. E’ come se d’improvviso fossi tornato a vivere in un incubo. Per la testa mi corrono mille pensieri.

Uno si fa largo deciso: sarò costretto a vivere come ho fatto in tutti questi interminabili sette anni. Con la gente che non sa, con la gente che mi guarda e ride. E non voglio crederci.

La serata a casa procede lenta, silenziosa, amorfa. Vado a letto perché dentro mi sento morto. Per fortuna mi addormento quasi subito.

 

6

Il ‘bip-bip’ mi fa sobbalzare. Getto le coperte sul pavimento, mi alzo di scatto e a tastoni con un movimento meccanico cerco di bloccare la sveglia.

E’ tardi, devo andare al lavoro.

“Trovata!”.

Penso sia la sveglia presa dai cinesi: in realtà indica appena le 3,15 di notte.

E’ invece il led del cellulare abbandonato sul comodino a illuminarsi a intermittenza.

“Chi è quello scemo che mi scrive a quest’ora?”.

‘Un nuovo messaggio’, la scritta sullo schermo.

Premo ok. Non so a chi appartenga questo 333-1415756 ma leggo il testo.

“Tu sei pazzo. Ti voglio bene e voglio dirti grazie. Ti va di vederci domani quando esci dal lavoro? Abbiamo un sacco di cose da dirci, credo. Scusami per tutto. Clara”.

Rispondo subito a quelle poche righe, senza esitare.

“Brevi…” sussurro.

Sorrido, ma sento gli occhi umidi.

Fisso il buio della stanza. Che la gente continui a ridacchiare pure quando mi incrocerà in giro, adesso non mi interessa.

Ho ritrovato mia figlia, e anche il suo sorriso. Il resto non importa.

Mi avvolgo nel tepore delle lenzuola, chiudo gli occhi. Il sonno non tarda ad arrivare.


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