Podisti per caso

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Spesso avvolti in inguardabili tutine attillate. Fascetta in testa, giacchetta color giallo Stabilo-boss, scarpe ipersupertecnologiche e rigorosamente cardiofrequenzimetro al braccio (di cui si ignora quasi totalmente l’utilità ma “l’ho preso perché quelli del negozio mi han detto che non si può non averlo”). A volte con bonze che paiono fusti di birra da 25 litri. Eppure, si sa, ormai son tutti podisti.

Più o meno professionali, più o meno atletici.

Si bullano delle loro imprese con amici e parenti appena si presenta l’occasione. Raccontano di mezze maratone, di tempi da primato. Di polmoni capaci di contenere più aria che un dirigibile. Di epiche ascese, condotte con un passo tanto leggiadro da far invidia pure ai siluri etiopi dell’atletica.

“Che io sia da meno?” mi domando.

Ecco cosa è successo.

“Oggi vai di cronoscalata”: maturo il malsano progetto, mentre me ne sto serenamente al lavoro, in un variabile pomeriggio di maggio. La giornata, fino alle 17, scorre tranquilla. E’ venerdì, nell’aria già si respira l’imminente weekend. Saluto i colleghi, arrivo a casa. Via blue jeans e maglietta. Ecco calzoncini corti giallo fosforescente di quando arbitravo, maglia blu con sulla schiena la scritta ‘Seychelles’, scarpe ginniche e k-way (non dite ‘chiwey’, perché non ci crede nessuno: sappiamo tutti che per ognuno di noi resta il ‘kappauey’) perché non si sa mai che scappino due gocce.

“Ciao papà, vado a fare una corsetta”.

Un cenno con la testa. Un saluto.

“Prendo la macchina, mi sposto ad Albinea”. Preferisco stare sul vago, neppure una parola sul luogo verso cui sono diretto.

Non voglio che, in meno di 0.2 secondi, mi bolli con un: “Dov’et? A Muntrec ed corsa? Te teè sonee…”.

Ore 17,20: auto in sosta nel Piazzale Lavezza. Ore 17,21: il tasto dello start del Casio segna l’inizio della ‘sgambata’. Alle 17,23, terminata via Caduti per la Libertà, dopo 300 metri di relativo falsopiano, volto a destra. Salita. Si comincia. Alla partenza sono carico come una molla. Dopo 50 metri, avvisto due amici davanti a casa.

“Ciao Robby” urla uno di loro.

E io? Già mi sento come Pellizzari o Majorca dopo sette minuti d’apnea. A stento rispondo con un lento movimento del braccio, come se sopra di me avessi un muro d’acqua alto 130 metri. Le particelle d’ossigeno rimaste in corpo sono più o meno come quelle di sodio nell’acqua Lete. Dopo 150 metri di ascesa, all’altezza della prima esse, al posto delle gambe ho due blocchi di marmo di Carrara. Riesco a muoverle solo scolpendole.

Passano altri cento metri. Forse qualcosa in più. Primo tornante.

Un anziano, faccia gioconda e incredibilmente abbronzata, mi incrocia.

‘Non farmi domande, non proferire parola. Non ho fiato per risponderti’ penso.

 E invece lui, buttando l’occhio sul colore delle guance, non mi risparmia: “Oh suvnot, l’è dura ahn?”.

Scuoto la testa, faccio segno di no.

“Sono allenato” dico con un filo di voce, trattenendo il fiato per non far sentire il ‘lanzone’ e il cuore (o sono 13?) che rimbomba simultaneamente nel petto, in testa, nei polsi, negli omeri, in una spalla, dietro un ginocchio. E perfino nel ditone del piede.

Secondo tornante. Strani quesiti si insinuano nella mia mente; tutti riassumibili in un semplice: ‘Perché?, perché l’ho fatto?’. Soprattutto dopo che una donna, dall’alto del suo Suv, mi ha appena piantato una scalata – col tubo di scappamento all’altezza delle narici – capace di oscurare il sole. Ma eccomi all’ultimo strappo. Sul cartello bianco appare la scritta ‘Montericco’. E io, ormai completamente sprovvisto di sangue sufficientemente ossigenato, leggo ‘Monten***’. La ‘r’ e la ‘i’, a causa dei 458 battiti al minuto, si sono fuse in una più semplice e leggibile ‘n’. Delle ‘cco’, invece, si è persa ogni traccia. Da tempo. Nemmeno esistono.

Ma corro, continuo a correre.

Un lieve profumo di unto mi solletica il naso. Così, all’improvviso. E’ come il muschio sulle piante che indica il nord. La stella polare, la bussola.

Infatti, nonostante sia ormai completamente privo di ogni percezione cognitiva, un flash di lucidità fa breccia nel cervello: ‘Mmm…unto…mmm…gnocco fritto….mmm…gnocco fritto…ahh….gnocco fritto…ahh…Filippini…’.

Manca poco dunque. La strada si fa via via più morbida. Avanzo lentamente. Ma avanzo. Il Casio all’improvviso segna 10 minuti.

E’ il segnale, la fine dell’ascesa. Inverto la marcia. Subito. E come diceva sempre il saggio “a gnir zo tot i sant et t’aioten”. Me ne accorgo all’istante. A ogni falcata la situazione migliora. Passo dal rosso fuoco all’arancio sole. Qualcuno da lassù, colto da un briciolo di compassione, fa scendere giusto qualche goccia di pioggia rigenerante. L’ossigeno torna a essere parte di me. In lontananza scruto la Grande Punto grigia: è il traguardo. Lo taglio con soddisfazione.

Alcuni grandi dubbi esistenziali, una volta al volante, si fanno spazio.

Dubbi risolti in un lampo.

Primo: sì, è vero. Ho la stessa consistenza di Tom, spalmato sui gradini di una scala a mo’ di tappeto, dopo aver cacciato invano l’acerrimo nemico Jerry. Ma solo perché non ho le scarpe giuste e la giacchetta giusta.

Secondo: ho capito perché non ho mai partecipato alla Mimosa Cross e a tutte le altre gare podistiche. E, soprattutto, ho capito perché mai lo farò da qui al resto dei miei giorni.

Terzo: a chi, d’ora in avanti, mi narrerà le proprie straordinarie gesta atletiche risponderò con un interessatissimo “se…se…”.

Quarto: finalmente comprendo appieno le parole di quel signore conosciuto al bar. Quel signore che, a noi ragazzotti intenti a narrare le gesta atletiche sui vari campi sportivi della provincia, raccomandava sempre: “Ragaz, andè a f..a. Ghe piò gòst, as fa meno fadiga…”.

 


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