Quel ragazzo

Quel ragazzo ha portato un fiore. Ha parlato a bassa voce. Un sussurro. E’ uno dei miei ragazzi, uno di quelli con la testa sulle spalle. Sembrava bloccato, un nodo in gola. Ha detto cose. Mi ha detto di quando giravo con la vespa bianca su e giù per il paese. E spesso mi fermavo a scambiare quattro chiacchiere con loro, quelli coi quali avevo condiviso infinite domeniche sui terreni verdi.

E poi, sì, mi ha detto di quando, calzoncini lucidi blu e canottiera celeste, me ne stavo scalzo. L’erba a solleticarmi i piedi. Un suono sordo, la rete che si ingrossava. In un attimo. E loro lì, lui e gli altri, a fissarmi. Con un pizzico d’invidia e quegli occhi a dirmi “vorrei essere come te”.

“Ragazzi lo sarete, sarete meglio di me” ripetevo. Mai avuto dubbi. Non li avevo, non li ho.   

Ho sorriso perché ha trovato anche il tempo di dirmi di quando, tutti insieme, avevamo vinto quel torneo. Io in panchina e loro in campo. Sembra passata un’eternità. Che avventura quella volta, che gruppo quei ragazzi. E’ bello vederli ancora uniti, ancora amici.

Certe parole avrei preferito non sentirle. Mai. In certe famiglie le cose non vanno come si vorrebbe. Ma è così, cosa ci si può fare? Lottare e non mollare.

Ho sorriso anche quando mi ha ricordato di quelle settimane tra i monti. A faticare per l’inizio della nuova stagione, a divertirsi con tutta la combriccola. A condividere gioie e dolori, felicità e momenti no. E poi, sì, ho sorriso anche quando mi ha detto grazie. Per quei viaggi in giro per l’Europa. Con la scusa del calcio. A scoprire mondi, a conoscere gente.

Ne ha raccontate tante. Tante. Tantissime altre.

Mi ha detto che quei ragazzi che spesso faticavano a metter piede fuori casa, ancora si ritrovano. Più uniti che mai. Cinema, pizza, teatro, discoteca. E sport, tanto sport. Per stare insieme, mica per dover diventare dei campioni.

E poi che emozione quando mi ha detto che per tanti sono come un secondo papà. Certo che la cosa mi riempie d’orgoglio. Certe frasi uno non se le aspetta. Non se le dimentica.

Mi ha detto che sono trascorsi otto anni ma che sembra ieri. Anche a me sembra ieri. Non so, ma è come se il tempo si fosse fermato. Sarei voluto restare un altro po’. Abbracciare la mia famiglia, i miei nipoti. Ridere con loro. Esserci quando le cose non andavano nel modo migliore. Avrei voluto chiacchierare coi ragazzi, i miei ragazzi, che pian piano diventavano adulti. Avrei voluto vederli crescere. E, perché no, avrei voluto anche calciare qualche altro pallone. Non tanti, solo qualcuno. Con l’erba soffice a solleticarmi i piedi. E la rete a gonfiarsi all’improvviso.

Quel ragazzo mi ha detto ciao quando se ne è andato.

Gli ho detto grazie.  

Per ciò che mi ha detto. Perché mi ha portato un fiore.

Forse pensava non lo vedessi. Forse, credeva non lo sentissi. 


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