Dicono. Dicono abbia venduto

Lunedì sera, anno 199X. Fuori l’aria è frizzante ma neppure troppo rigida. Dentro, varcata la soglia di quell’enorme vetrata col montante nero e oro in perfetto stile anni 60, la nebbia. Una coltre fitta, densa. Grigia. Un vociare di persone di tutte le età. Il record di paglie accese contemporaneamente tra gli avventori. Un bar. Anzi, il bar. L’unico locale aperto il giorno dopo la domenica. Un rifugio. L’unico punto di ritrovo per pensionati e mariti, impiegati e operai, studenti e universitari, pallonari di ogni tipo, cacciatori e pescatori, cani e carte, giochi elettronici e cabine, biliardini. Al di là del bancone, il barista. Sguardo perso nel vuoto, Marlboro rigorosamente rossa sempre e comunque stretta tra le labbra. Parlata ironica. A volte offensiva. Ma comunque rispettosa. Impossibile? No. Sì può stuzzicare con ironia. Si può fare leva sui difetti altrui, strappando comunque una risata. Si può avere il burazzo – manco fosse un visone – in bella mostra sulla spalla sinistra, la camicia bianca sbottonata fin quasi l’ombelico ed essere comunque eleganti. Si può essere burberi e simpatici allo stesso tempo.
Spaparanzati sul divanetto disposto a ferro di cavallo, fatto di una lana che andava forse di moda trent’anni prima, il ragazzo che sfoglia la Gazzetta; il vecchietto che, stupito, crede che l’Inter l’anno prima sia arrivata seconda in campionato quando a malapena è riuscita a stare nella parte sinistra della classifica; il marito che racconta che con la moglie le cose non vanno benissimo; il meccanico con la tuta blu impadellata che “go anco’ra da ander a cà ma inco saiven mia dove ciaper”. L’altra Gazzetta, quella di Reggio, adagiata sul frigo azzurro, quello dei gelati ‘Motta’.
Le ante da saloon raccolgono i ‘cartofili’: scale 40, ramini e via discorrendo.
“Dio …” eccolo il madonnone. Oltre ai vetri, con le montature in legno sbiavdo, ha tremato anche il campanile della chiesa che il campanile non ce l’ha.
Il resto è un chiacchiericcio indistinto che si miscela col fumo che invade le stanze.
“Ahahahahahahaha”.
In quattro, gomiti appoggiati sul bancone in finto marmo, si sganasciano dalle risate.
“G. ne avrà detta una delle sue” sussurra il curioso. Zeppo d’invidia per non essere stato lì ed essersi lasciato scappare l’ennesima chicca.
Tim. Tom. Tim. Tom.
“Cioca la lata ah?”. Il ragazzo che gioca a calciobalilla ha trafitto un istante prima il proprio dirimpettaio. E lo schernisce. Tra le risate di tutti.
“Ragaz…andè a figa” consiglia loro il settantenne, occhiali dalla montatura rosso-osso, che sta divorando un 50mila lire dopo l’altro alla macchinetta.
“Uhhh, ma come è freddo questo gelato!” dice la signora-bene che si avvia verso l’uscita imbacuccata nell’ermellino.
“Sgnora, l’è un zle…” le risponde ironico G mentre ai clienti svela il quarto segreto di Fatima.
Il resto è poesia. I vecchi arredi svaniti. Il bianco che si fa largo. Le piacentine scompaiono dalle tavole. Sparisce pure la nebbia, quella che si impregnava nei vestiti e costringeva le madri-mogli-suocere-nuore a fare una lavatrice in più.
“Me però fom li stes. Al bar le cà mia…” racconta sornione G.
Passano gli anni.
Qualche sbarbatello si permette di ordinare “un analcolico alla frutta”.
“Cus el? ‘Na fanta?” gli risponde.
O di chiedere una cajpiroska. “Mo dmander un coca e rum l’era achse cumpliche???”.
Il trentacinquenne apre gli occhi. Se ne sta appoggiato al bancone, il profumo di caffè a solleticargli le narici. Una giovane lo fissa e lo serve. E’ professionale, cordiale e gentile.
“I ricordi son ricordi. Ora è così” dice tra sé e sé il cliente.
Ripensa a G.
Ha detto basta, dopo averci passato una vita intera. O qualcosa in più.
Con lui, però. Con lui, però, quel bar era tutta un’altra cosa.

 


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