Un don in panca

Se ne stava tutta sola. In un angolo. Le ragnatele a fare da tramite tra il corpo in rame e la base in legno. Un piccolo ramo d’alloro, anch’esso in ‘oro rosso’, a sorreggere un pallone di cuoio. Uno di quelli vecchi, cucito a mano. Uno di quelli da calcio di una volta. Il football delle trasferte impossibili, dei calzoncini a vita alta, delle magliette di lana e della passione. Di quella vera. Mica veline e tatuaggi.

Poco sotto una targhetta dorata.

“L’abbiamo fatta rifare, il tempo aveva eroso l’incisione e non si leggeva più nulla” racconta chi l’ha gelosamente custodita.

Ha quasi 65 anni. Eppure li porta molto bene. Sancì il successo di quei ragazzi, l’unico trionfo dell’Albinea nella kermesse provinciale più celebre: “Torneo della Montagna 1950”.

Una foto. Un viaggio a ritroso. Fatto di parole e racconti. Di giovani calciatori e di un mister un po’ così: grinta e…breviario.

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Don…

 

Ci saranno state sì e no venti case in centro. Albinea era “La Fola”. Per il resto erano campi e contadini. Qualche benestante di Reggio in estate, forse, veniva in villeggiatura. Trascorreva qui le vacanze. A due passi dal ‘tenis’ – che poi ‘tenis’ sarebbe diventato solo un paio di decadi più tardi – c’era pure chi sceglieva di diventare sacerdote. Ed erano tanti, tantissimi. Il seminario era un viavai continuo. Giovani pronti a districarsi tra teologia, latino e greco. Filosofia e sport. Sì, sport. Perché il calcio riempiva il tempo libero in quel campo ricavato a due passi dalla Cà Rossa. Ed è lì che un sacerdote, abito lungo e cappello in testa, insegnava teologia dogmatica da cinque anni. E pure pallone. Era nato a Cassano di Polinago nel 1910. Si chiamava don Corrado Baisi. Era uno di quei preti da ‘maniche arrotolate’. Poche balle e pedalare. Il pallone l’aveva nel dna e, come un bravo ct, selezionava i ragazzi per l’impegno più importante dell’anno. Li visionava, li incitava durante gli allenamenti. E, se si alterava, rigirava il cappello sulla testa e giù a urlare. Dal 1946, di quei team per il Montagna era allenatore, dirigente, cassiere e organizzatore di trasferte. Tutta Albinea si spostava in massa. In pullman, ma pure su mezzi di fortuna. Come quella volta in cui l’allora mugnaio prestò il camion, con cui solitamente trasportava farina, per poter organizzare la trasferta domenicale pallonara.

E i soldi per finanziare i tornei? Pare che un locale del centro albinetano dell’epoca, balera durante le serate estive, destinasse parte dei propri utili per sostenere le spedizioni montanare del team di casa nostra. Don Baisi guidò la squadra per diverse apparizioni. Alcune memorabili. “Nel 1948 – raccontò in un’intervista verso la fine degli anni ’70 – tribolammo parecchio a Castelnovo (il match era col Carpiteti). L’incontro, che si presentava come una battaglia, non tradì certo le attese. Entrambe le squadre erano in lizza e con le medesime possibilità di  vittoria per la coppa ‘Giornale dell’Emilia’ (l’attuale Montagna). L’agonismo in campo era a un livello tale che tutti si aspettavano che da un momento all’altro degenerasse. La vittoria toccò alla mia squadra, ma alla fine si scatenò il finimondo: due paesi si riversarono sul terreno di gioco. Un nostro giocatore voleva picchiare un avversario, ed io riuscii a stento a tenerlo stretto tra le braccia prima che gli si avventasse contro. Il ragazzo si dimenava e stava quasi per liberarsi, quando chiesi l’aiuto del maresciallo dei carabinieri che si trovava occasionalmente vicino a me. ‘Maresciallo mi dia una mano’, implorai, e quello mi rispose con tono sicuro ‘lo lasci pure andare, è un ragazzino un po’ scalmanato, ma non può far male a una mosca’. Alle parole rassicuranti del maresciallo lasciai la presa. Il mio giocatore, indispettito da quella frase, gli sferrò un gran pugno in pieno volto mettendolo ko e poi se la diede a gambe. L’epilogo della gara fu da comiche. L’Albinea, con me in testa, abbandonò di gran carriera il terreno di gioco inseguita dai carabinieri a cavallo, ed il giocatore reo dello sgarbo al maresciallo lo ritrovammo stremato alla fermata della corriera di Felina: era giunto sino là di corsa senza voltarsi indietro. Roba da far west? No, le botte, tranne qualche rara eccezione, erano date senza cattiveria, facevano male lo stesso, ma la sera attorno a un buon bicchiere si dimenticava tutto e si ritornava amici”.

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Il successo

Come Mourinho, don Baisi, riuscì nell’intento: al terzo tentativo sulla panchina dell’Albinea centrò il successo. Otto le squadre partecipanti: Albinea, Baiso, Carpineti, Castelnovo Monti, Ciano, Roteglia, Sassuolo e Villa Minozzo. La finale, disputata il 3 settembre 1950, vide i ragazzi della Fola avere la meglio sul Baiso per 2-1, al termine di un match equilibratissimo. E conclusosi solo dopo i tempi supplementari. La formazione dell’Albinea? Lombardini, Munari, Chiossi, Ruozzi, Ravazzini, Ferrari, Torricelli, Cosmi, Vezzani I, Vezzani II, Campari. L’Albinea aveva ottenuto l’accesso alla finale grazie a una vittoria a tavolino per un reclamo, poi accolto, contro il Castelnovo Monti che l’aveva preceduta nel girone. Non un ‘triplete’, certo. Ma qualcosa che, ad oggi, resta nella storia.

 

E don ‘Josè’ Baisi?

Dopo il trionfo, esattamente nel 1952, don Corrado Baisi venne nominato arciprete del Duomo di Reggio. Dove rimase per oltre trent’anni. Fino alla scomparsa, avvenuta l’8 novembre 1983. Nel frattempo era diventato anche monsignore. Il trofeo che don ‘Josè’ e i suoi ragazzi conquistarono è ancora lì: su una mensola alta, forse con qualche ragnatela in più. Ma con la sua storia fatta di ricordi e di trasferte impossibili. Di scazzottate e passione. E di quel mister un po’ così: tutta grinta e breviario.

 


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