La dura vita dei baristi

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Una volta si domandava “un bianc”. Un’altra “un cafè”. Rigorosamente con una sola ‘f’. Perché il dialetto reggiano, con quel suo suono dolcissimo e ritmato, la pretendeva. Anzi, la pretende. O “’na Coca Cola”, “’na spòma”, “’na aranciata”. E chi stava dietro al bancone – due Samsonite come contorno occhi, parlata da uomo delle caverne e sguardo perso nel vuoto causati da una sveglia puntata a un orario indecente – ti rispondeva, quando andava bene, con un semplice e impercettibile cenno della testa. Nemmeno un suono fuoriusciva da quella bocca. Nemmeno un mugolio. Perché il barista, si sapeva, era sclerotico. Doveva esserlo. Il copione lo esigeva. Ti rispettava. Ma era sclerotico. Punto. E il cliente ne era a conoscenza. Ma, a sua volta, nutriva grande rispetto per chi se ne stava al di là di quel muro in finto marmo e compensato. Se il barista era dispari, si parlava il minimo indispensabile. “Briossss e cafè” erano più che sufficienti. Se invece si era svegliato col piede giusto, era lo stesso ‘barman’ che ti attaccava pezza. Ed erano battute, risate. Il modo migliore per iniziare (o concludere) la giornata. Prima di andare in officina o in ufficio. O prima di far rientro a casa.

Il cliente ordinava cose semplici, facili. Normali. Caffè, cappuccino. “Scarpazzone”, “brioss” e spuma. E per spuma si intendeva di tutto: chinotti, cedrate, aranciate, gassose. Spesso la “spuma” era la prima bottiglia che capitava tra le mani del barista, pescata a caso tra un miliardo di esseri tutti diversi tra loro ma a riposo nel medesimo cassetto. Non ti piaceva. Non fiatavi. Bevevi.

Il “the” caldo si chiedeva se uno alla notte, per colpa di una cena tutt’altro che soft, si era rivoltato nel letto come una cotoletta nell’impanatura. O, al massimo, lo domandava la signora un po’ snob che “fin a du an fa la steva a Rez…”. E c’era solo quello di gusto. Il the. Che sapeva di the. Stop.

Il “marocchino”? Era il meridionale emigrato per lavoro o l’extracomunitario di turno che, auto sgangherata carica come un tir della Transcoop, provava ad appiopparti di tutto: salviette, stracci per pavimenti e calze. E non un caffè preparato in un modo strano, come la giovane donna in carriera – sguardo inchiodato al display del cellulare – domanda strafottente ai giorni nostri.

“Soia” si usava per la più celebre “soia me”, esclamazione che l’ignorante – che sapeva perfettamente di esserlo perché “me a quatordz’an a lavoreva bele e i’ho mai studiee” -, diceva quando la discussione si faceva troppo alta per i suoi livelli. Adesso la “soia” è anche un tipo di latte. Lo era pure allora, senza dubbio. Ma nessuno ne era a conoscenza. Un momento. Un cappuccino alla soia? Immagino Guccini, barista a RadioFreccia. Immagino la sua faccia a una simile richiesta. Lui. Lui che il caffè shakerato non lo faceva perché “io le seghe al caffè mica le faccio”.

Il “ginseng” poteva essere scambiato al massimo per un’arte marziale, il cugino di secondo grado del karate (quello di “dai la cera, togli la cera”). Il “macchiato” era un macchiato. Non era freddo o caldo, in tazza grande o piccola. Un “analcolico alla frutta” era semplicemente una Fanta. O una San Pellegrino. I gelati erano gelati. E nessuno osava dire “uhh, ma come è freddo”, perché altrimenti lo pigliavano per il culo anche le seggiole. Le “briosss” (tre esse non sono un errore) sapevano di crema o di marmellata d’albicocca. Ora ci stupiamo: “Ma come? Non l’ha coi frutti di bosco? Mah…”.

Noi clienti avevamo sempre ragione (anche se sapevamo di non averla sempre), ma forse ne avevamo un po’ meno d’adesso. I baristi erano sclerotici. Eppure nei bar nascevano amicizie, ci si ritrovava. Ci si informava e si spettegolava. Oggi non più. Il bar passa, restano i videopoker. Come i baristi sempre sorridenti: anche davanti a richieste e persone impossibili. Proprio come me. Non li invidio.


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