Saturno, l’Alfa e Penelope

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Penelope tesseva la tela mentre un altro big del pallone albinetano se ne andava. Era un pomeriggio grigio, cupo. La pioggia si era arrestata per un istante. Ma Penelope, il nome che i meteorologi avevano attribuito alla prima perturbazione di un autunno quanto mai anticipato, non avrebbe concesso tregue per almeno altre 72 ore.

“Nonno, ma quel signore si chiamava come il pianeta?” domandò il nipotino, pallone sottobraccio e tanta voglia di correre al parco a dare due calci, osservando l’avviso funebre.

“Sì, proprio così. Si chiamava Saturno e, sai, era molto bravo a giocare. Ti va di sentire una storia?”.

“Non mi va”.

“E io te lo racconto lo stesso perché vedrai che ti piacerà”.

 

Saturno detto Primo

“Vedi, si chiamava Saturno ed era nato 81 anni fa. Ma in paese tutti lo chiamavano Primo. Primo perché era il nome di un suo parente, un nomignolo che si portava appresso solo per appartenere a quella dinastia. Più che Primo era “Primoun”, una storpiatura dialettale del suo soprannome, un omaggio alla sua potenza. E a quel sinistro alla dinamite. A giocare era bravissimo. Aveva vinto un torneo della Montagna nel 1957. Quella Borzanese, un mix tra atleti di Albinea e Borzano, contava su ragazzi di buonissimo livello. C’era Aldo, diventato poi pure guardalinee in serie A, Romano, Bedogni, Sterino (noto scarpolino), Battista, Franco e Athos (conosciuto in paese come Matita per la sua capacità di disegnare calcio). Poi c’erano Strozzi, Magnani, Barbieri e lui. Lui, Saturno. Lui, Primoun. Trionfarono anche grazie ai suoi gol. All’epoca le partite si giocavano al campo sportivo dove adesso c’è la biblioteca, i pali erano quadrati e la grande passione portava un sacco di gente a gustarsi quelle sfide memorabili. Primoun aveva giocato nell’Albinea e nella Scandianese, in quegli anni una delle migliori squadre della pedecollina”.

 

Il tacco

“Primoun faceva sempre un giochetto per sfruttare il suo tiro micidiale. Con la palla che gli arrivava alle spalle, aspettava che il difensore si avvicinasse, lo scavalcava con un colpo di tacco e, dopo un rimbalzo, calciava fortissimo verso la porta. Lasciando spesso il portiere senza scampo. Faceva una marea di gol così. Tutti sapevano di quel movimento; tutti, però, continuavano a cascarci”.

 

Quel giorno, quel campo

“Ma la storia di Primoun è fatta di rigori e tiri incredibili. Erano i tardi pomeriggi di mezza estate, quelli in cui, dopo le ore in officina a sgobbare, ci si ritrovava tutti insieme a dare due calci nel vecchio campo sportivo. In porta si piazzava spesso Marino Giampietri, “Maroun” per chi lo conosceva bene. Era un portiere… d’albergo. Giocava tra i pali, ma non era un granché. Però era un personaggio. Divertentissimo. E un fumatore incallito. Un vizio che portava con sé anche in campo. Qualcuno, per scherzare, gli aveva costruito il posacenere all’interno del palo. Lì avrebbe lasciato ad ardere la sua Alfa quando le fasi di gioco non gli permettevano di dare un tiro. Altri, in più di un’occasione, con lui a proteggere i famigerati 7,32 metri nel corso di una qualche amichevole magari giocata 15 contro 15, gli avevano incendiato gli scarti della levigatura del legno che coprivano la zona spelacchiata a due passi dalla porta. E lui, nello spegnerli, si distraeva e prendeva gol.

Una sera capitò un rigore.

Maroun tra i pali, Primoun sul dischetto.

‘Primoun tira pian, se no la ciap mia’ disse quell’improbabile portiere.

Saturno non si scosse. Il suo sinistro fece il resto. Marino, raccontò chi c’era, non fece neppure in tempo a muoversi”.

 

Il mancino

“Al campetto, una sera, accadde una cosa incredibile. Un signore non più giovanissimo stava risalendo dalla riva che si trovava poco sotto il terreno di gioco. Era andato a raccogliere alcuni rami di legna nel bosco e stava rincasando. In corso, non che fosse una novità, c’era un match. Un match di quelli accesi, tiratissimi. Amichevole sì, ma neppure troppo. Primoun era in campo. A un certo punto si liberò dell’avversario col suo solito colpo di tacco, fece rimbalzare la palla e, senza pensarci un istante di più, sparò verso la porta. Il pallone, incredibilmente, non centrò i pali. Si perse sul fondo, d’un soffio. Ma quel terribile mancino terminò la proprio corsa sul braccio sinistro del signore non più giovanissimo che rincasava. Cadde a terra, contorcendosi dal dolore. Il mancino di Saturno, dissero le lastre successive, gli aveva frantumato un osso”.

 

“Nonno ma scherzi o dici davvero?” domandò il nipotino.

“Dico sul serio. Hai capito che potenza. Questa è un po’ della storia calcistica di Primoun. E del suo sinistro terribile. Poi sì, si chiamava Saturno, proprio come il pianeta”.

Una goccia d’acqua rigò loro il volto.

Tutta colpa di Penelope.

“Andiamo a casa, cosa ne dici?”.

Il bambino annuì. Scattò in piedi, diede un’ultima occhiata. C’era scritto Saturno.

<Saturno, chissà se un giorno calcerò forte come te?>.

 

 

La foto è presa dalla pagina 272 del libro “Albinea, persone e personaggi del ‘900” di Adriano Corradini. Saturno Montanari è il 4° in piedi da sinistra

 

 

 

 


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