A come Assitente, A come serie A

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Fischiano. O macinano chilometri avanti e indietro sulla fascia. Di sicuro, raramente, parlano. Sono arbitri e assistenti. Daniele Iori, 39 anni, consulente creditizio e assicurativo, guardalinee al primo anno in serie A, ha deciso di farlo. Un viaggio in un mondo sconosciuto ai più. Un viaggio che lo porta su e giù per l’Italia. Un viaggio che è un alfabeto di domande.

A come A, serie A: cosa significa per lei?

“Un sogno che si realizza, un punto di partenza. Dopo vent’anni di sacrifici i frutti sono finalmente arrivati. Fin qui è stato davvero un percorso meraviglioso”.

B come “basta, mollo tutto: ci ha pensato qualche volta?

“Assolutamente sì. Soprattutto dopo gli infortuni. Poi però si riparte. Magari si piange una notte intera ma, alla fine, si trova sempre la forza per rialzarsi e riprendere la marcia”.

C come comunicazione. Non è il momento che anche arbitri e assistenti parlino a fine match?

“Secondo me ancora non c’è sufficiente cultura, in Italia non si è ancora pronti per un possibile confronto. Sarebbe solo un battere e controbattere che non porterebbe a risultati significativi”.

D come denaro. Si guadagna tanto?

“Diciamo che è un hobby ben retribuito”.

E come errore: come lo vive?

“Alla giornata, diciamo così. In tutte le partite si commettono errori, occorre affrontarli con la giusta mentalità e freddezza non dimenticandosi mai che sono sempre dietro l’angolo”.

F come fair play finanziario. Un suo giudizio?

“Credo sia l’inizio di un lungo e tortuoso cammino con regole via via più severe. Leggo dai giornali che ancora a queste regole c’è chi risponde e chi no”.

G come grandi squadre: c’è sudditanza?

“Ancora non le ho fatte ma, in campo, sono soltanto colori. E altrettanto vale per i miei colleghi. Di sudditanza non ho ne mai vista, né sentita. C’è rispetto. Ma quello c’è davvero per qualsiasi squadra”.

H come hobby. Lo è ancora a questo livello?

“Assolutamente sì, è impossibile campare solo di questo. I rimborsi vanno messi da parte e non considerati. Altrimenti farebbero fare scelte sbagliate”.

I come innovazione tecnologica: giusto utilizzarla nel calcio?

“Sarebbe da stupidi dire di no ma sono decisioni che non spettano a noi. In ogni gara si è giudicati da 24 telecamere; microfoni e bandierine elettroniche aiutano tanto. Se la tecnologia non snatura il match, l’utilizzo ha certamente senso e può essere d’aiuto”.

L come lavoro: come concilia campo e ufficio?

“E’ un incastro perenne, un gigantesco puzzle quotidiano, una corsa continua”.

M come moviola: che rapporto ha?

“E’ un insegnamento che permette di confrontare quanto visto e vissuto in campo con la realtà. E le assicuro che non combaciano quasi mai, sul terreno di gioco è davvero tutta un’altra cosa”.

N come nuova regola del fuorigioco: almeno lei l’ha capita?

“Spero di sì (ride, ndc)”.

O come offesa: si ricorda la più divertente?

“Adesso non si sentono più, c’è troppo rumore. Ma quando arbitravo mi faceva ridere – e allo stesso tempo mi infastidiva da matti – se mi dicevano ‘arbitruccolo’: era insopportabile”.

P come primo pensiero: per chi è il suo dopo la partita?

“Per mia moglie Rita. La prima telefonata è per lei, lei è la mia prima tifosa”.

Q come ‘questo nemmeno per sbaglio fa carriera’: è capitato che qualcuno glielo dicesse?

“Sì, assolutamente. In più di un’occasione mi hanno detto: ‘Vedrai che te mica ci arrivi in serie A’… Per fortuna si sono sbagliati (ride, ndc)”.

R come Reggio Emilia: che effetto le farebbe essere designato per un match “a casa sua”?

“Sinceramente non vedo l’ora. Sarebbe l’unica partita in cui anche io avrei qualche tifoso in tribuna. Il problema sarebbe spiegare a mia moglie che, nonostante la vicinanza al campo, dovrei comunque andare a dormire in hotel e non a casa”.

S come settimana tipo. La sua?

“In base alla partita. Comunque sono o 3 o 4 allenamenti alla settimana. Si parte con allunghi, resistenza e potenziamento a inizio settimana, si conclude con velocità. Più o meno come per i calciatori, solo che noi il pallone non lo vediamo mai”.

T come tensione. Si dorme la notte prima?

“Si dorme. La tensione è altissima fino al fischio d’inizio. Poi, per fortuna, si trasforma in carica e concentrazione”.

U come uniformità di giudizio. Non pensa sia troppo poca?

“Diciamo che l’uniformità di giudizio è l’obiettivo principale, ma è difficile. Ci sono persone con alle spalle esperienze diverse, è complicato riuscire a giudicare una cosa tutti alla stessa maniera”.

V come voto alla classe arbitrale italiana. Siete davvero così bravi?

“Voto 10 pieno (ride, ndc). Direi che, per come ci alleniamo e ci prepariamo alle gare, siamo i meglio formati. E lo dicono anche gli internazionali quando vanno ai raduni all’estero. Fisicamente e mentalmente abbiamo una marcia in più”.

Z come zuzzurellone. Una delle ultime del dizionario, l’ultima di questa intervista.

“Bisogna continuare un pochino a esserlo, anche quando si arbitra a questi livelli. Se non la vivi così, al primo errore, scappi. La componente gioco è fondamentale”. 


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