a G.

Un tiro alla sigaretta, l’ennesima. La nicotina, ormai, nemmeno più la sento. Fumo per vizio, per abitudine. Non perché mi piaccia. Nascondo la Marlboro tra le nocche, con la brace rivolta verso il palmo. Manca poco. Qualcuno saltella, altri sembra siano in un mondo a sé, altri non riescono a schiodarsi dal lettino. Massaggi. “I solit divo…” penso. “A zugher agh vol al cor…”. Osservo, mi avvicino. E’ un’infinita distesa verde ciò che si trova dinanzi a me. Perfetta. Ed è soprattutto per merito mio, così mi dicono tutti. Io lo faccio perché mi piace, per passione. I complimenti mi inorgogliscono. Però mi imbarazzano e quando arrivano, cerco sempre di cambiare discorso.

“Un momento”. Accorro e, con un gesto ormai abituale, col carrarmato dello scarpone sistemo il manto. Lo accarezzo.

<E’ uno spettacolo, come sempre>: uno di quei giovanotti con la maglia gialloblu me l’ha detto con gli occhi, senza parlare.

Sorrido. Non lo faccio spesso, però sorrido. Mi dicono sia burbero, ogni tanto mi prendono in giro perché scrivo cartelli strani. Però mi rispettano e mi ringraziano per ciò che faccio. C’è chi mi teme, soprattutto tra i più giovani, perché quando li becco a giocare dove non possono, hanno timore di un cicchetto. Gliene ho fatti tanti, è divertente vederli fuggire via. Ma è altrettanto divertente fermarsi a fare due chiacchiere con loro. Quando mi trovano in centro e si fermano a salutarmi; quando, una volta diventati adulti, si ricordano di quei fuggi-fuggi al Picchi. Della mia Ford Fiesta, prima blu poi bronzo. E insieme ridiamo.

Non so perché, ma oggi mi sembra un giorno strano. Il sole di settembre è alto, l’aria è frizzante, l’autunno alle porte. Sono pronto per seguire i ragazzi, per sostenerli e incoraggiarli in una nuova avventura. Un momento. Cosa fa tutta quella gente? C’è il vicesindaco, l’onorevole. Il signore dai capelli bianchi.

“Perché piangono?” sussurro guardando mia moglie e le mie figlie.

La giacchetta nera sfreccia.

“Posso andare?” chiedo.

Non risponde. Vado.

Li sento parlare. Si leva un lungo applauso mentre scoprono una targa dorata affissa alla parete arancione. Mi fermo a leggere. Gli occhi mi si fanno piccoli: c’è il mio nome. “Cosa significa?” domando loro. Nessuno risponde e mi chiedo perché. Lentamente vanno a occupare i gradoni e io li seguo. I ragazzotti dalle casacche colorate, distanti solo qualche passo, sono pronti. C’è un silenzio insolito. Sento una mano appoggiarsi sulla spalla.

“Andiamo” mi dice.

Lo guardo in modo strano. Capisco. E’ tutto chiaro adesso.

“Ancora un attimo”.

Ringrazio tutti.

Li saluto. Uno a uno. Anche se non si accorgono di me. Uno sguardo al manto erboso. Sempre perfetto. Un abbraccio a mia moglie e alle mie figlie. Un bacio.

Non siate tristi. Ogni tanto, tornerò.    


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