Elogio del baffo

Era l’unico giorno in cui si poteva dormire. Ma niente. Si sentivano i passi di mamma, le ciabatte che scivolavano sul pavimento. Un lieve sussurro che, inesorabile, si faceva sempre più forte e vicino. Fino ad arrestarsi all’improvviso, proprio a un passo da te. Un bacio sulla guancia, tu rannicchiato nel tepore della coperta pesante: “Alzati, c’è catechismo”. La domenica mattina era segnata. E filava via così. Inesorabile. Negli stanzoni della parrocchia. Alle dieci, puntuali, si iniziava. Psuedo-zombie dal volto stravolto, occhio semi-chiuso che implorava “vi prego, fatemi dormire”, si avvicinavano nell’infinita distesa di asfalto poco distante San Gaetano. Lei, invece, era già lì ad attenderti. Pimpante. Un velo le copriva il capo, grembiule legato in vita a proteggere l’abito sacro, occhialone con la montatura in osso (all’epoca erano semplicemente vecchi e fuori moda, non fighi come adesso). Ti salutava, ti accoglieva. Indossava un paio di sandali sgangherati, qualche baffo le spuntava da sotto il naso. Ma chissene. Nessuno di noi capiva dove potesse trovare tanta energia. Cercava di farti capire cosa significassero quelle frasi, spesso incomprensibili, contenute nel Vangelo; ti diceva come comportarti con mamma e papà. O a scuola con compagni e amici. Che erano poi gli stessi che, in quel momento, stavano seduti a mezzo metro da te. Finita l’ora, tutti a messa. “Ragazzi, ci vediamo domenica. E, mi raccomando, comportatevi bene”. Umile, sempre.

Poco più in là c’era chi si preparava. Magari era appena arrivato. Di corsa, su quella Fiat Tipo bianca che, chilometro più-chilometro meno, se uno li avesse messi in fila tutti, avrebbe circumnavigato minimo 3-4 volte il globo terrestre. Magari aveva appena celebrato altrove perché un altro don aveva dato forfait all’ultimo istante. O, forse, era andato a portare un saluto a un malato. O a dire una buona parola a genitori in difficoltà. Indossava giacche e pantaloni che, vent’anni prima, sarebbero stati all’ultimo grido. Sì, vent’anni prima. Non quella domenica, non quel giorno, non quell’anno. Organizzava campeggi, per merenda c’erano i “Natse”. Chi non frequentava la parrocchia, a Campitello, voleva esserci a tutti i costi. Perché, boh, c’erano gli amici. E poi, in quei dieci giorni sulle Alpi, si diventava una sola gigantesca famiglia. Lo stesso capitava ai grandi. Qualcuno magari non credeva proprio del tutto ma in quel don trascinatore che provava sempre a coinvolgere, nutriva una stima e una fiducia grandi così. Aveva difetti, chiaro. Ma in paese, e pure fuori, era un esempio. Uno sgobbone. Uno di quelli che vedevi pulire il teatro a mezzanotte dopo che c’era stata una festa. Uno di quelli che trovavi una mattina d’estate a portare conforto a una mamma e a un papà (mai visti in parrocchia) che, il giorno prima, avevano perso la cosa più preziosa sulla terra: un figlio. Uno di quelli che dava una mano a un operaio a sistemare le piastrelle della pista e che tirava il gruppo, mani sui fianchi e zaino in spalla, nelle ripide ascese verso qualche rifugio dolomitico. E che faceva da collante per una comunità che, qualche differenza d’opinione, per fortuna, l’ha sempre avuta. Ma ora il vento pare essere cambiato. Il nuovo avanza. Nessuna critica, sia chiaro. Volti perennemente abbronzati, abiti all’ultimo grido, tecnologie che nemmeno la Nasa. Ci sapranno fare coi giovani, ci sapranno fare con la comunità: senza dubbio. Saranno esempi da imitare. Ma, forse, c’è anche chi continua ad avere un debole per quelli che la sera mettevano a posto il teatro. Per quelli che giravano coi sandali con le calze perché i piedi erano tormentati dal dolore. O per quelle che, la domenica mattina, l’unico giorno in cui si poteva dormire, accoglievano quei giovinastri con un sorriso. Sulla porta della sagrestia. Con l’occhialone dalla montatura in osso, il velo in testa e le gote arrossate dal gelo. E, perché no, pure qualche baffo sotto il naso.  


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