La crisi del settimo anno…

Quella maglia non avevo mai voluto venisse lavata. Era nera e c’era scritto “Sardegna nel cuore”. Insomma, non c’entrava davvero nulla col tricolore e tutto il resto. Semplicemente, portava fortuna. Ne ero convinto, per lo meno ci speravo. Tensione alle stelle, battiti accelerati fin dalle prime ore della mattina. Era domenica. Alle 19 un gigantesco bandierone sfrecciò davanti a casa mia. “Porta sfiga”. Trattenersi dal dirlo mi risultò impossibile. Mancava un’ora, sessanta minuti appena. Gelato scaramantico alle Botteghe. Stessi gusti, sempre le stesse parole per ordinarlo. Cabale. Quei ragazzi vestiti d’azzurro fin lì ci avevano fatto sognare. Al Sogno, quello gigante, quello che non dimentichi per il resto della vita, mancavano appena 90 minuti. O forse qualcosa di più.

Campanello. Riki aprì la porta senza nemmeno chiedere chi fosse. Già sapeva l’identità degli ospiti. Quella casa in via Chiesa era diventata il nostro covo. Stessa disposizione dei posti, stessi abiti, stessa sofferenza. “Ma quanto cazzo sono forti?”. Vedere i volti degli odiati cugini, la Marsigliese a fare da sottofondo, ci fece correre un brivido. Gli stessi brividi che si erano rincorsi su tutto il corpo, qualche sera prima, nei supplementari contro la Germania. Ma quella era un’altra storia.

Sette minuti, forse otto. Materazzi, impossibile da amare se non eri interista, sfiorò il piede di un francese. Rigore. Cucchiaio di Zizou, traversa.

“Non è gol, non è gol”: gridò Caressa. Gol lo era. Eccome. 1-0 per loro. Fine della storia? Macché. Angolo. Pirlo disegnò una parabola perfetta, zuccatona di Materazzi, decisamente molto più simpatico, e pareggio. Pali, emozioni, gol annullati. Buffon che prendeva anche l’aria.

“Cannnnnnnavaro!!! Cannnnnnavaro!!!” alla trecentesima impeccabile chiusura. Supplementari. Niente da fare. Tutto si decideva ai rigori, fatali agli azzurri in più di una circostanza. A casa Albenghi la tensione si poteva affettare col coltello. Sulla tavola dinanzi a noi ogni ben di Dio. Ma quel nodo allo stomaco era davvero impossibile da sciogliere.

Un fischio.

Pirlo.

Gol.

Altro fischio.

Abidal.

Gol.

Materazzi…gol (a quel punto, per tantissimi, divenne il miglior amico d’infanzia).

Trezeguet. Numero venti stampato sul petto, caterve di gol alle spalle.

“Lo conosci, lo conosci”. Rincorsa, il destro. Traversa.

“Non è gol, non è gol. E mica è sempre Natale…”.

De Rossi…gol. Ah già, all’epoca aveva addirittura 23 anni… (io me la sarei fatta sotto).

Abidal…gol.

Del Piero…gol. Glaciale, freddo. E Barthez da tutt’altra parte.

“Facci cantare Buffon…facci cantare Buffon”… gridava Caressa mentre Sagnol si avvicinava al dischetto. Niente da fare. Gol.

“Grosso???” ci domandammo, vedendo quel terzinaccio-trampoliere incamminarsi verso la porta. Uno sguardo al cielo, un sussurro. La rincorsa. Il sinistro. Rete. La festa iniziò. L’abbraccio con Capra, Riki e William (padre di Riki). Nonna Marta che si fiondò col tricolore in sala al grido “era nel cassetto per non portare sfortuna. Mo adèsa l’è po’ ora!!!”. La corsa in auto verso la città. Gente ovunque: in strada, ai balconi, arrampicata sui semafori. Caroselli, tricolore in ogni dove. Clacson sfiniti. Vecchi amici con cui non si parlava da una vita. C’erano tutti. “Po…poroppopopoooo….”. L’abbraccio davanti al Kokko con gli altri albinetani, di ritorno dalla circonvalla, alle 3,30 di notte. Radio Deejay che, a ciclo continuo, mixava i commenti leggendari del Fabione nazionale (Caressa si intende) alle note di Seven nation army, inno unofficial di quell’insperato successo. Il giorno dopo, il rientro degli azzurri. La corsa ad accaparrarsi la Rosea. Cannavaro oggi ha twittato un’immagine. Sta baciando quella Coppa così bella, sognata da tutti e tutta d’oro: “Happy birthday, my love” ha scritto. Sono passati sette anni, quella Coppa, quella sera l’abbiamo amata tutti. Come quei ragazzi straordinari. Il cielo stasera è azzurro, proprio come lo era quella sera. Quella sera che io non dimenticherò mai. Come neppure quella maglia. Quella con scritto “Sardegna nel cuore”.  


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