Quando in campo disegnava Matita

Matita

 E’ una di quelle storie un po’ così. Che corrono sul filo; tra realtà e leggenda. E’ una di quelle storie di paese, tramandate da una generazione all’altra, grazie al passaparola, al racconto, alla rielaborazione di qualcuno. E’ una storia che incuriosisce perché il protagonista è un… “Matita”. “Matita”, all’anagrafe Athos Emilio Cosmi, se ne è andato, poco più che ottantenne, in un pomeriggio neppure troppo afoso di fine giugno, dopo aver combattuto a lungo contro un male terribile. Ha lottato in silenzio, perché a “Matita”, per come l’ho conosciuto io, parlare troppo, e forte, non è mai piaciuto.

Quel nomignolo, “Matita”, lo portava con sé da una vita. Da quando gli albinetani, con tanta voglia di ripartire e il desiderio di lasciarsi alle spalle gli anni bui della guerra, si erano innamorati del football e l’avevano visto calcare il manto polveroso del campo sportivo di Albinea. E lo “stadio” non era il Poggio: all’epoca si trovava non troppo distante da dove oggi è situata la biblioteca. Athos Emilio Cosmi non giocava. “Semplicemente – si racconta ancora adesso tra la gente – disegnava calcio”. E, da allora, tutti lo ribattezzarono con quel nomignolo: Matita appunto. Per quelle sue giocate da far rimanere a bocca aperta, per quei suoi gol, per quei suoi piedi da cui spesso nascevano meraviglie. Matita aveva stoffa, ci sapeva fare. Silenzioso nella vita, leader in campo. Se ne erano accorti in tanti. E le storie sulle sue gesta, col cuoio e le scarpette chiodate, iniziarono a diffondersi a macchia d’olio. Fino ad arrivare nelle Marche.

 

Il 2×1 prima del Montagna

 L’Ancona, all’epoca, cioè all’inizio degli anni ’50, militava in serie B; e su quel ragazzotto albinetano dal grande talento aveva decisamente messo gli occhi. Alcuni emissari, sempre stando ai racconti della gente, piombarono ad Albinea per parlare col padre di Athos. Il papà si chiamava Ettore ma per tutti, in paese, era “Lumin”. “Lumin”, un soprannome che di primo acchito richiama la luce votiva, stava in realtà per “l’omino”. Ettore, infatti, era tutto tranne che un marcantonio e di mestiere faceva il falegname. Mino Raiola, in quei periodi, forse nemmeno era venuto al mondo. Ma a casa Cosmi, in quelle ore, si trattò il destino calcistico di Athos, la giovane mezzala che al pallone dava decisamente del tu. Di problemi d’ingaggio non ce ne furono. Papà Ettore, però, cercò di inserire nell’affare anche l’altro figlio, Franco. Era bravo pure lui, ma nemmeno lontano parente, in termini calcistici si intende, di “Matita”. Fu, probabilmente, uno dei primi 2×1 della storia. O, per lo meno, fu uno dei primi maldestri tentativi. Gli emissari anconetani si congedarono con un “no grazie. A noi interessa Athos”. E così dopo qualche giorno Athos si trasferì nel capoluogo marchigiano per provare a realizzare il sogno di diventare calciatore. Ma erano altri tempi. Non c’erano i telefonini, non c’era facebook o twitter. Parenti e amici erano distanti ore, se non giorni, di viaggio. Quei pochi mesi in biancorosso furono davvero complicati. Fino al giorno della scelta più drastica. E forse più difficile: “Basta, torno a casa”. Il sogno di Athos di diventare un calciatore professionista svanì. Per sempre.

Athos continuò a giocare tra i dilettanti. E assieme ad altri ragazzi del Comune si aggiudicò, con la maglia della Borzanese, il Torneo della Montagna: era il 1957. Per quanto concerne il lavoro seguì le orme del papà e portò avanti l’attività di falegname assieme al fratello Franco. Questa è la storia di Athos Emilio Cosmi, una storia che corre sul filo: tra realtà e leggenda. Questa è la storia di “Matita”, quel ragazzotto che in campo semplicemente disegnava calcio.

 


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