Quaranta passi

A ventisei anni, quaranta passi, non sono niente. Sai di giocarti tutto, sei consapevole di poter cambiare le sorti del tuo paese. Ma sorridi, l’hai sempre fatto. Anche adesso che tutt’intorno hai così tanta gente che ti osserva, in attesa, in quello strano silenzio. Sorridi. Pensando a quella sera: a quando papà se ne è andato, per chissà quale motivo. Ti ricordi quella stanza e tutte quelle persone assiepate dinanzi alla tv. Sorridi. A. era nella tua stessa situazione: un pallone, uno stadio, un dischetto. E la possibilità di un risultato incredibile. Il papà ti aveva portato con sé, era il tuo compagno di gioco, l’amico più fidato. Negli ultimi tempi stava male. Ricordi il tiro e quella strana traiettoria. Fuori. Ricordi le lacrime, tra quelle mille bandiere verdi, rosse e gialle. Ricordi le tue lacrime. Soprattutto quando il papà, quella stessa sera, durante il ritorno alla vostra casa di terra e fieno, si era accasciato. L’avevi chiamato tante volte. Aveva gli occhi sbarrati, ti fissava. Lo avevi chiamato ogni volta più forte: “Papà, papà”. Ma non ti aveva mai risposto. “Non è niente, vedrai che tutto si sistemerà” ti rassicurava sempre la mamma, vedendoti preoccupato. Eri piccolo, troppo piccolo. Spesso la vedevi piangere ma non capivi il perché. Il dottore passava ogni tanto nel villaggio, la mamma vi faceva accomodare all’aria aperta. Attendevi qualche minuto per salutarlo, sulla testa un soffitto blu scuro, carico di stelle che ogni volta provavi a contare. Lo attendevi in fila, assieme ai tuoi tre fratelli. Una sincera stretta di mano a James, David e Stephan. Da te, Luke, il più giovane, quel camicione bianco si congedava con una carezza a quei capelli così neri e ricci. “Ciao Luke” ti diceva. Tu, con quei grandi occhi scuri, lo fissavi dal basso e, senza mai proferire una parola, lo ringraziavi: perché, quando se ne andava, il papà per un po’ stava meglio. E poteva venire a giocare con te, con quel pallone scuro che si era rotto chissà quante volte. E che la nonna, con ago e filo, risistemava sempre. “Un giorno diventerai un calciatore” ti ripeteva Hector, il tuo papà. Tu ci speravi, era il tuo sogno. Lui in quella strana porta, con i pali fatti d’albero e senza traversa. E tu a calciare per ore, per giorni interi, senza sosta. Fino a quando, ogni sera, la mamma vi chiamava: “Luke, Hector, venite”. Ti caricava sulle spalle, ti sentivi altissimo; la palla, l’altra fedele compagna di gioco, tra le mani. Ti piaceva quel suo passo ritmato: quel breve su e giù del tragitto fino alla casa. Quaranta passi più o meno. Quella triste sera se ne era andato, senza dire nulla, senza più risponderti. Lo stesso avevi fatto tu, qualche anno dopo. Nel villaggio era arrivato un signore, ti aveva visto giocare. Ti aveva chiesto di seguirlo perché “un giorno diventerai un calciatore”, ti aveva detto. Proprio come ti ripeteva Hector. Crescevi e il pallone era rimasto l’unico amico. Immaginavi il papà, in quella strana porta. Chiacchieravi, come facevi sempre quando giocavate insieme, nonostante fossi solo. Calciavi tra i due alberi, senza traversa. Ogni giorno più bravo, ogni giorno più preciso. La stessa passione. Ripercorrevi ogni volta quei quaranta passi, non più sulle sue spalle, per ritornare dalla mamma, da James, David e Stephan. Fino a quella mattina. Un bacio, le tue poche cose raccolte in una sacca, le lacrime della nonna, la palla ricucita per l’ennesima volta, tra le sue vecchie mani. E via. In quella città così grande, tra quei ragazzi tanto bravi. Anche più di te. Alla mamma scrivevi: “Qui tutto bene, è bellissimo”. Ma non era vero. Ti mancava lei, ti mancava papà, la nonna, James, David e Stephan. Ti mancava quella porta così strana, ti mancavano quei quaranta passi. Il pallone non era più lo stesso, le porte nemmeno. Non c’erano alberi, né campi polverosi. C’erano persone a vedere le partite, i terreni verdi, i compagni di squadra. Non c’erano più quei quaranta passi. Ma l’autobus e il treno con i quali raggiungevi l’allenamento. Passavano gli anni, il calcio non era più un divertimento. Ma un vero e proprio lavoro. Ogni sera, prima di addormentarti, ripensavi alle parole del papà e di quello strano signore: “Un giorno diventerai un calciatore”. Era vero. Lo eri diventato. Adesso, a vent’anni di distanza, lo sei. 

Hai un rigore da calciare, la maglia del tuo paese sulle spalle, un mondiale da giocare, un sogno da realizzare: proprio come A. quella sera. Lo stadio è gremito ma c’è uno strano silenzio. Sorridi. Ripensi ad A., alle tante persone assiepate davanti alla tv. Ripensi alla strana porta che non c’è più. Non hai di fronte il tuo papà, ma un ragazzo come te. Sorridi. Ripensi alla polvere del tuo primo campetto, ai tragitti sulle sue spalle. Guardi le stelle, provi a contarle. Pensi a quei quaranta passi. Per gli altri sono pochi. Per te, sono tutto.


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